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LUCIA BOSETTI
Estratto dell'intervista realizzata da Eleonora Cozzari.
Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di marzo 2010

Prendete un’adolescente. Mettetela davanti ai propri sogni e davanti ai propri genitori e vedrete cosa succede. Quelli, i genitori, nel 95 per cento dei casi non capiscono, non possono capire e non potrebbero mai capire. Per una ragazzina media, la vita dai 13 ai 17 anni è questo. Un continuo braccio di ferro tra lei e il mondo. Unica esclusa: l’inseparabile migliore amica. Magari invece di sbattere libri per terra e strillare dalla camera chiusa a chiave “non sapete niente di me e del mio mondo”, alza ad un livello insopportabile la musica e passa ore interminabili al telefono, con la suddetta migliore amica. O se è particolarmente esuberante, fa tutte queste cose in rapida successione. Ma mai e poi mai darebbe ragione a suo padre e a sua madre. Che non sempre, comunque, hanno ragione. Non siamo in un film di Muccino, tranquilli. E questo non è un saggio sulla mancata comunicazione generazionale. È la storia di una campionessa di pallavolo. Ma spiegarvi perché lei rappresenti l’antitesi al modello appena descritto, significa farvi capire l’unicità di questa piccola donna. A 20 anni, oggi, è lei l’unico esempio di se stessa. E che sarà mai, starete pensando, neanche voi avete avuto un rapporto così conflittuale con i vostri genitori. Benissimo. Ma a meno che non abbiate stampato l’ultimo muro della partita che ha consegnato all’Italia la Grand Champions Cup e abbiate due genitori allenatori di pallavolo - che durante l’adolescenza vi proteggevano a suon di ricezioni e parallele invece che stare a sentire che una schiacciatrice di un metro e 75 non arriva certo in serie A… - a meno che voi non siate Lucia Bosetti, è altamente improbabile che abbiate una vaga idea della sua storia. Voi, è più probabile che avreste voluto fare gli aviatori e adesso lavoriate in banca. Perché vostra madre vi ripeteva che volare era pericoloso e tutto sommato lo pensavate anche voi. Lei, Lucia, non l’ha mai pensato. E papà Giuseppe e mamma Franca non gliel’hanno mai permesso. Benvenuti a casa Bosetti. Famiglia impegnativa, non c’è che dire. «Quando a scuola mi chiedevano cosa faceva di lavoro mio papà io rispondevo: l’allenatore. Ma sembrava non bastare e allora chiedevano ancora: e poi? Dovevo spiegargli che non c’era un “e poi”, che faceva quello e basta. Ma proprio perché per me era sempre stato così, mi sembrava normale. Io il resto non l’ho vissuto e la mia vita era la cosa più normale del mondo. Anche in palestra. Le ragazze con cui sono cresciuta erano state allenate da mia madre e tutti sapevano chi erano i miei genitori. Mai nessuno me l’ha fatto pesare. È successo solo una volta, quando giocavo in B2. Il gruppo era nuovo, avrò avuto 15-16 anni e dei genitori si lamentavano perché le loro figlie non giocavano. Così facevano le statistiche di quanti palloni attaccavo io e di quanti le altre… Ma a parte questo episodio non mi sono mai sentita né una raccomandata né una privilegiata. Ero io e basta. Al massimo a scuola non era facile far capire alle altre ragazze che non potevo saltare una partita per una festa». Ma del giudizio Lucia non si deve neanche essere posta il problema. Però, magari, la nostra piccola campionessa avrà risentito della sovraesposizione da mamma, papà e pallavolo. Neanche questo? «Papà ha allenato tre anni in Svizzera. E poi io la mattina andavo a scuola e il pomeriggio, in palestra, non mi seguiva solo mia madre con l’Under 14. Dopo cena facevo gli allenamenti anche con la Seconda Divisione. Spesso non facevo altro che raccogliere palloni. Avevo 13 anni, ero troppo piccola per ribellarmi. E nella pausa capitava che mi addormentassi».
Ma quello era esattamente il suo mondo, e tutto sommato, non era un problema

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