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La descrizione di un attimo Estratto dell'intervista a Tai Aguero realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di gennaio 2010 |
È sempre dove non ti aspetti, a fare quello che non immagini e a parlare di quello che credevi tacesse. La cosa più realistica che possiamo fare, raccontandovi questa storia, è farvi amare la sua continua evoluzione. Certi che la ragazza che abbiamo incontrato appena qualche giorno fa non sia più la stessa. Lei è l’esempio che siamo la somma di quello che vogliamo ottenere, non di quello che abbiamo già. È scappata quando era il simbolo della pallavolo cubana, non quando lottava per arrivare a dimostrare che i suoi centimetri non limitavano il suo talento. Ha sfidato la sua ex nazionale dopo aver dichiarato che non l’avrebbe mai fatto. Durante le Olimpiadi di Pechino, nel bel mezzo del dramma che stava vivendo, ha scelto di tornare in campo nonostante avesse con fatica ottenuto il visto per Cuba. E a ottobre, ha detto addio alla nazionale italiana dopo aver cantato l’inno di Mameli sul gradino più alto dell’Europeo; dimostrando che quella squadra di invincibili donne era tornata, ma che doveva continuare senza di lei. Adesso, come potrete credere, ragionevolmente, che Taismary Aguero sia ancora quella che state vedendo in questi scatti? Non lo è più. Ma se ci seguirete in questo percorso, scoprirete quello che non sapete di una giocatrice fuori dal comune. Di una persona che nella vita ha superato ogni ostacolo che ha trovato sulla sua strada. E per lei, questo non è un modo di dire. Villa Cortese, metà dicembre 2009 . Siamo nel piccolo paese lombardo, 6000 abitanti in tutto, a tre chilometri da Busto Arsizio e a qualche decina da Milano. L’appuntamento è nell’azienda di Carnaghi, proprietario e principale sponsor della squadra di Villa Cortese. In questi edifici i tecnici della Nasa hanno lavorato per un anno. Facciamo un giro nella fabbrica e Tai saluta tutti. È già stata qui. Ma non solo negli uffici e nel salotto all’ingresso. Nel giro turistico vediamo che appeso al muro c’è lo striscione che i dipendenti (150 su 200 vanno regolarmente al palazzetto) hanno portato a Nocera Umbra nella partita che ha consegnato a Villa Cortese la serie A1. In un cammino che è partito dalla serie C per scalare l’olimpo del volley. Dove oggi lei non può essere che Era, la più importante fra le dee. È arrivato il momento di seguirla a casa. Appoggiato sul tavolino della sala notiamo il “Dizionario italiano per stranieri”. E ci viene naturale cominciare da qui. «Sto cercando di migliorare il mio italiano – racconta Tai – ho iniziato a leggere anche dei romanzi, voglio parlare in maniera più sciolta». Nella sua “voglia” di italiano non è difficile leggere un desiderio di completa integrazione con la terra che ha scelto per trascorrere il resto della vita. Ora che avrà più tempo per viverla. E allora, senza fare troppa “letteratura”, ascoltate il suo perché. L’addio alla nazionale, di cui tanto si è parlato, nient’altro è che una presa di coscienza, un bisogno di normalità. «C’è sempre un limite per ognuno di noi. Il mio evidentemente era questo. Da quando è morta mia madre mi sento vuota. E quest’estate in nazionale capitava che ogni tanto fossi felicissima, come era normale, altre no. Ma per una come me, abituata ad andare in palestra sempre con il sorriso sulle labbra, sempre allegra, quei momenti erano inaccettabili. Le ragazze non possono prendere da me questa negatività. E ho deciso di dire basta. Ho quasi 33 anni ed è arrivato il momento di godermi la mia carriera. Non ho deciso di smettere di giocare, ma stare sempre in giro non me lo posso più permettere, anche il mio fisico ha bisogno di riposo. E poi sto pensando di avere un figlio. Magari il prossimo anno, forse tra due. Ma sicuramente entro i 35. Mi piacerebbe avere una femmina, vestirla, pettinarla. Magari mulatta con i capelli biondi, come mio marito Alessio. Speriamo che quelli non li prenda da me…». |
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