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COME ICARO |
Anteprima dell'Intervista a Erin Aldrich realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Stefano Torreggiani, su Pallavolo Supervolley di aprile |
1.30 in pista. 1.29 Con il vento tra i capelli, il sole sulla pelle. 1.28 Erin Aldrich è una sfinge dietro i suoi occhiali. Non trapela nulla: né un’emozione, né un dubbio. 1.26 Gli spettatori applaudono, scandendo il ritmo della concentrazione. 1.25 Gli occhi puntati, laggiù, a quell’asticella che non deve cadere, a quel materasso su cui planare. 1.23 Il tempo scorre, quel dannato timing scatta a ritroso. 1.20 Sempre meno tempo per decidere quale è il momento giusto di partire. 1.19 I passi provati migliaia di volte. 1.10 Tutto da sola. 1.00 Ora. Lo stacco e finalmente il volo.
Andare su, più su e non sentire nulla dell’asta a contatto con la pelle. Il cielo l’unico limite, l’unica cosa al di sopra della testa e dei propri occhi. Un attimo di volo e poi il ritorno alla realtà, l’atterraggio sul materasso. Un ultimo sguardo all’asticella, quasi ferma, un’oscillazione impercettibile. Ed anche per questa volta sta su. Erin Aldrich è in un palazzetto. Nel campo con lei ci sono altre 11 giocatrici con la stessa tuta indosso. Non c’è alcun tabellone a scandire il tempo. Solo un arbitro che fischia e conta dieci con le mani. Dieci minuti per completare il riscaldamento, poi il tempo non sarà più una dimensione con cui confrontarsi. Ci sarà solo lo spazio da difendere insieme a cinque compagne. Un ultimo lancio a Neli Marinova, l’ultima prova di una fast. Ripetizione di passi provati, anche questi, migliaia di volte. Erin Aldrich è tutto questo. Atleta del salto in alto, con misure degne da Olimpiadi, più precisamente Sydney 2000, e giocatrice di pallavolo approdata nella serie A1 italiana due stagioni fa a Sassuolo, dopo una lunga parentesi con la nazionale USA dal 2001 al 2003 nel centro federale di Colorado Springs. Due sport differenti, che hanno in comune solo i salti, l’importanza dell’elevazione. «E gli ultimi tre passi – irrompe Erin – gli ultimi tre passi del salto in alto sono come quelli della rincorsa di un attacco». La classica atleta con la A maiuscola, di quelle a cui la natura ha strizzato l’occhio per qualche secondo un più, dandole un dono speciale. «Sì, non posso dire di non essere stata fortunata. Ho lavorato tantissimo, ore ed ore di allenamento, ma forse sarebbero state nulla senza quel dono che la natura mi ha dato. Nulla senza una famiglia che mi ha sempre appoggiato, che ha sempre riconosciuto una particolare importanza alla sport. C’è qualcosa in più del lavoro se raggiungi la Serie A1 di volley, i trial, le Olimpiadi, se sei convocato da due nazionali diverse. Sono tanti i grazie che devo dire. Grazie a Dio, ai miei allenatori, ai miei genitori e alla mia famiglia, le persone che più mi hanno influenzato. Nella mia famiglia solo una volta non mi hanno preso sul serio, li ho smentiti. Guardavamo i Giochi di Los Angeles, erano le prime in cui riuscivo a capire la marea di valenze che può avere un’Olimpiade: rappresentare il proprio paese, la gara, le emozioni, il messaggio di pace… Mi sono girata e ho detto loro che un giorno sarei andata alle Olimpiadi. Loro subito a dirmi che è bello avere dei sogni, è importante per andare lontano, ma erano sarcastici. Allora io, ancora più seria e un po’ incazzata: “Non mi avete capito, io andrò alle Olimpiadi”. Verso i 13 anni hanno capito che io ero un’atleta, un po’ speciale, che qualcosa di diverso in me c’era davvero. A quel punto ho rilanciato. Ero sicura di riuscirci, ma ora l’obiettivo era diventato più grande perchè io volevo andare alle Olimpiadi in due discipline diverse. Una era il salto in alto, l’altra la pallavolo. Sono due passioni, non posso fare una scelta. Due parti di me». Due parti di Erin che hanno convissuto alla perfezione durante tutti gli studi, agevolati dal sistema dei college americani. «Noi non dobbiamo scegliere tra sport e studio e a volte non dobbiamo scegliere uno sport. Io ho giocato a pallavolo, fatto atletica leggera, softball, tennis, danza… Durante il college ho costruito il mio presente di atleta, ma mi sono anche laureata in giorn alismo. Il college è un’esperienza di vita molto bella. È l’inizio della libertà, vivi da sola e l’unico aiuto che ti arriva dai genitori possono essere un po’ di soldi. È un mondo grandissimo a cui sei esposto. Se non sei un atleta forse ti puoi sentire perso. La mia prima borsa di studio sportiva l’ho vinta all’Università dell’Arizona, ma i miei studi li ho conclusi in Texas. Un college da 50.000 persone, più degli abitanti di Jesi. È per quello che esistono le confraternite, dove accedi solo se sei scelto, ma è un modo per intrecciare i tuoi primi rapporti, per organizzare feste, cene di beneficenza. È chiaro che è un sistema che ti può far perdere, farti anche del male, però è un posto dove si cresce, dove una persona diventa un adulto. Essendo una sportiva, io appartenevo a un altro stile di vita. Comunque avevo già la mia identità di atleta e gli allenamenti mi impegnavano così tanto che non ho potuto neanche prendere in considerazione di scrivere per il giornale studentesco. Durante le Olimpiadi del 2000 ho scritto una sorta di diario per CNN Sport Illustrated.com. Ho raccontato le mie emozioni, ma anche cos’era il Villaggio Olimpico, le cose che in tv non vedi. Scrivere è una cosa che mi piace molto, il mio sito (www.erinaldrich.com) lo aggiorno io. Mi piace scrivere in un modo creativo, in cui ci sia spazio all’ironia, all’espressione comica. Quando sono arrivata in Italia, essendo Sex and the City il mio programma tv preferito, ho pensato di scrivere un mio diario e di intitolarlo Sex & Italian City». | |
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