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LE LEGGI DI SARA


Anteprima dell'Intervista a Sara Anzanello realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati, su Pallavolo Supervolley di novembre 2005

Nelle mani aveva scritto il suo destino. In quelle pieghe l’insegnante di piano aveva letto che Sara Anzanello sarebbe diventata famosa. Così la fantasia di Sara, visto che era piuttosto brava a suonare, vola e immagina un futuro da concertista: il completo nero, la camicia bianca inamidata, il saliscendi dell’aereo per essere presente alle serate. Tokyo, New York, Vienna, Berlino. Immagina un futuro fatto di musica, di sinfonie, di movimenti veloci delle dita, vogliose di rincorrere la nota più alta e raggiungerla. Sogna Rachmaninov, Debussy, Bach, Chopin. Compositori tosti, sfide da vincere. L’insegnante non aveva visto che in una di quelle pieghe c’era un’interruzione: le note a un certo punto iniziavano a diventare più flebili, la melodia appena percettibile. Gli applausi c’erano ancora ma somigliavano più ad un boato e poi c’era una specie di tamburo dal ritmo illogico. Una percussione senza regole, quasi fosse una sfera che cade a terra. Scagliata, schiacciata. «Il pianoforte è sacrificio, studio e dedizione. Per otto anni mi ci sono dedicata 2, 3 ore al giorno, accarezzando il sogno di diventare una pianista famosa. Poi, nonostante fossi andata a scuola privata e mi rendessi conto di quanti soldi i miei avessero speso, ho deciso di smettere. Meglio la pallavolo. Non sapevo che avrei passato lo stesso numero di ore in palestra. Solo che la pallavolo era diversa. Era uno stare insieme alle compagne, era gioco, era agonismo da bruciare subito».
La pallavolo erano sfide da vincere, nell’immediato. Gli inizi pallavolistici di Sara sono fulminanti. In palestra ci mette piede tardi, a 14 anni già compiuti: la sua altezza non passa inosservata e rientra subito nel “Piano Altezza” del tecnico azzurro Bosetti. A 15 anni esordisce in serie A2, a Latisana, dove il tecnico Armando Martens le insegna tutto.
È utilizzata come posto 4, riceve e difende, ma spesso in queste stagioni si
fanno male i centrali e lei, altrettanto spesso, è schierata in campo come centrale. Un altro di quei segni del destino. Trecate, la squadra miracolo, quella che porta la firma di Suor Giovanna Saporiti e di un tecnico talent scout come Luciano Pedullà, la vuole non appena terminata l’esperienza del Club Italia. Ovviamente come centrale. Un centrale che si era dimostrato atipico sin dall’inizio. Sara attaccava moltissimo e prendeva la palla molto alta, tanto da essere servita quasi più degli schiacciatori. «In serie A2 non è facile attaccare tutti quei palloni, ma io alla fine della stagione ero tra le prime dieci delle classifica delle migliori realizzatrici del campionato. Ho capito dopo che quella era un’eccezione, che il ruolo del centrale deve mettere in conto di attaccare molto molto meno in A1, perché il servizio è più fastidioso e non sempre il palleggiatore ha la palla da poterti alzare. Così un centrale per essere davvero forte deve saper murare bene, saper alzare, coprire le compagne. Insomma non devi pensare di fare solo il giro avanti per contare quanti palloni schiacci, perché in una fase del match magari è più importante alzare bene che fare una fast. Ed anche se non si direbbe, a me piace difendere. Ci metto tanto agonismo, soprattutto se alzo da terra un pallone schiacciato dall’avversaria più forte. Lo so che le mie difese si contano sulle dita delle mani durante una partita, ma provate voi a essere agili e reattivi con 1 metro e 25 di gamba? Certo, se mi stendessi a pelle di leopardo coprirei un sacco di campo, ma poi le avversarie mi dovrebbero usare come bersaglio. La difesa per me è essere nel posto giusto al momento giusto. È tutto un fatto di posizioni. Anche per la Cardullo vale lo stesso discorso: dove andrebbe con quelle gambette se non fosse nella traiettoria della palla? A Novara ormai è una legge: se la Anzanello difende, allora si vince la partita».

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