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Anteprima dell'Intervista a Chiara Arcangeli realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di giugno 2006 |
C’era una volta di bambina di nome Chiara Arcangeli che sin dall’età di cinque anni si è dedicata alla pallavolo ed ora la favola di Chiara continua con la prima squadra di Perugia, la sua città, vincendo uno scudetto e quest’anno anche la rinomata ed agognata Champions League. Crescere nel vivaio per poi diventare una stella della prima squadra è, quindi, possibile e non è solo sceneggiatura da cartone animato. Il libero della Despar conosce ogni angolo del PalaEvangelisti anche i più nascosti e sconosciuti, ci ha passato poco meno di 18 anni in quei luoghi trasparenti, quelli che esistono dal lunedì al sabato, ma che la domenica scompaiono per gli spettatori della Despar. Quelli animati dalle bambine e dalle ragazze della Pallavolo Sirio Perugia che imparano i fondamentali, i valori dello sport di squadra nello spazio che c’è tra le grandi vetrate e le gradinate. Il campo della serie A1, con le giocatrici pronte per lo stretching, diviso da un lungo e largo tendone scuro, barriera insormontabile. Il grimaldello per passare dall’altra parte esiste. Si chiama tenacia, dedizione, sacrificio. Si chiama talento e predisposizione fisica. È un passpartout che in parte esiste ed in parte si deve costruire con il sudore e l’impegno. È il Cuore Biancorosso, la giocatrice che più di tutte può urlare “ce l’ho fatta”. La compagna di squadra, l’amica del cuore che non c’era mai perché era alle partite, la studentessa universitaria con te in fila alla segreteria di facoltà. Chiara è prima di tutto una perugina. «Dai cinque ai diciassette anni è stato solo pallavolo. Minivolley, serie giovanili, serie C, B. Il tutto seguendo una disciplina ferrea, accrescendo giorno dopo giorno il senso di responsabilità visto che ad allenarmi c’era mio padre che tuttora cura il settore giovanile della Sirio. Qualcuno ha provato a dire che giocavo perché ero la figlia dell’allenatore, ma in mio padre non ho mai visto uno sguardo indulgente. L’allenamento continuava anche in macchina, quando tornavamo a casa. Mi analizzava ogni cosa che avevo fatto. Era una critica continua, ma anche un apprezzamento sincero quando vedeva qualcosa di buono». Quel famoso passpartout, Chiara l’ha avuto con un avvenimento spiacevole per la carriera di atleta, l’infortunio al crociato con conseguente stop di circa un anno e mezzo e così passò da schiacciatrice a libero, perché “di saltare non se ne parlava neanche”. Un cambiamento repentino. Chiara ci ha provato, in B2 e poi in C e poi in palestra per qualche allenamento con la prima squadra fino a quando è stata aggregata definitivamente al gruppo guidato da Barbolini. «Ero il secondo libero, con Paola Croce titolare inamovibile. È stata una bella esperienza, ho iniziato a prendere confidenza con un gioco diverso, più veloce. Sono state quelle entrate a prepararmi al salto, alla promozione da titolare. Io mi divertivo in quei giri dietro e forse in quei pochi minuti ho trasmesso cosa sapevo fare, cosa avrei potuto fare se i minuti di gioco fossero stati superiori. Deve essere stato questo che ha spinto il tecnico e la società a puntare su di me quando Paola ha deciso di lasciare Perugia per andare a giocare a Bergamo. Nel mio primo anno da titolare ci ho messo un po’ ad adattarmi». Quel gruppo anche con l’apporto di Chiara è cresciuto e a lei le è valsa la convocazione in Nazionale, diventando presto l’alternativa della Cardullo. «La prima convocazione in nazionale seniores è stata una sorpresa, l’anno era stato positivo, avevo fatto buone cose, però la convocazione… È un sogno che si realizza, qualcosa a cui aspiri ma su cui non puoi contare. Ho iniziato la mia avventura in azzurro con tanto entusiasmo, dando tutta me stessa, cercando di essere il più utile possibile… La mia estate azzurra si era chiusa con tante esperienze internazionali e un argento al Grand Prix. È andata bene così. Quest’anno è diverso. L’entusiasmo che c’è è lo stesso dell’estate passata… I Mondiali però sono un appuntamento che fa gola e cercherò di arrivare più avanti possibile. Basterà per andare in Giappone? Non lo so, non ci voglio neanche pensare. Da qui a novembre è un periodo ancora molto lungo».  Forse nulla è ancora chiuso perché l’FIVB sta valutando l’opzione di portare negli eventi internazionali il secondo libero anche se Chiara storce un po’ il naso a questa possibilità. «Credo che per interpretare al meglio il mio ruolo sia necessaria una grande fiducia. Dell’allenatore, delle compagne, delle società. Cambiare nella stessa partita un libero è una mossa azzardata e può generare insicurezza. È più logico avere all’interno della rosa due liberi e che questi possano essere schierati a secondo dello stato di forma. La gerarchia fra questi due giocatori deve essere chiara ». Chiara Arcangeli è troppo tenace per essere una Cenerentola moderna, la sua esplosione non è fragile come una scarpetta di cristallo. È un successo voluto quando le porte si stavano chiudendo, quando l’infortunio al crociato la stava facendo allontanare da quegli angoli. C’è una scena vista migliaia di volte che, dopo aver chiacchierato con Chiara Arcangeli, assume il valore di una profezia. Il libero della Despar si tuffa, la maglia è bagnata. Il secondo arbitro chiama la ragazzina a bordo campo che scatta e lo asciuga prontamente. Il libero ringrazia, la ragazzina vola via. Non sa ancora che un giorno il Cuore Biancorosso avrà il suo volto.
Recensione a cura di Antonietta Paradiso | |
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