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SCRIVIMI UNA CANZONE
Estratto dell'intervista a Valentina Arrighetti  realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di dicembre 2008

La prima cosa che vedi sono tutti quei colori, al secondo sguardo focalizzi le parole, poi ti saltano agli occhi i numeri, dall’ 1 a 29. In sequenza, uno dietro l’altro. Non passa inosservata una parete così… ventinove canzoni incorniciate in cinque file di listelli diversi: blu, azzurro, verde, giallo e rosso. Dall’alto al basso. Ventinove canzoni scritte su fogli A4 con i pennarelli colorati ed un numero sopra. Dall’1 al 29. Che ne mancano due lo realizzi dopo, perché quando sei lì il cervello è annullato. Però riesci a sentire l’odore dei pennarelli, a toccare il ruvido delle cornici, a percepire sulle labbra il sapore del tè bollente accanto al foglio, ad ascoltare la melodia di tutte quelle canzoni e a guardarle prendere, una per una, un posto preciso in quell’unico quadro. «Sarebbero dovute essere 31. È una specie di calendario dell’avvento. Aspettavo e durante l’attesa, ogni giorno, scrivevo una canzone legata a quello che stavo aspettando. Però al 29esimo giorno non mi andava più di finirlo. E quando quello che aspettavo è arrivato, anche se in ritardo, non aveva più senso che lo completassi». Adesso voi che state leggendo avete due possibilità. Pensare cosa c’entra questo con il personaggio che vi stiamo raccontando, con il campionato della Foppa e con il fatto che sta imparando ad attaccare in fast o provare a immaginare che se gioca nella Foppa e sta imparando ad attaccare in fast è anche, non solo ma anche, perché è riuscita ad aspettare 29 giorni di fila qualcosa scrivendogli una canzone. Non ha nessuna importanza cosa aspettasse Valentina… non per noi almeno. È come l’ha fatto a fare la differenza. “Scrivere a qualcuno è l’unico modo di aspettarlo senza farsi del male”, c’è scritto in un libro che parla di mare, di paure e di salvezza. A Bergamo, una ragazza, ha messo il significato di quelle tredici parole nella sua parete dell’ingresso. Valentina Arrighetti ci accoglie in casa sua entusiasta della mattinata che passerà e questo è già un buon inizio. Gli scatti si susseguono, intervallati dalle note della chitarra che il nostro Fiorenzo Galbiati ha adocchiato in un angolo e suona tra una posa e l’altra. Ma alla fine lei è più affascinata dall’obiettivo della macchina fotografica che dalle lezioni di musica che lui improvvisa. Vanitosa? No, appassionata di fotografia. «Ho frequentato un corso base, mi piacerebbe imparare a fotografare come vedo io le cose, a far vedere il mio punto di vista, il particolare». Anche se sulle note de “Il tempo di morire” di Battisti si scatena a cantare… Gioca con i cappelli e le cravatte, accessori che le piacciono molto e con un modo di vestire che rappresenta la sua età, 23 anni ma rivisitati alla sua maniera. «Ho promesso alle mie compagne che avrei messo almeno qualcosa di scozzese. Mi prendono in giro perché quest’anno va di moda, ma io lo porto di meno rispetto allo scorso anno e allora ho detto: io le mode le anticipo esiamo scoppiate tutte a ridere». Vi lanciamo particolari, istantanee di una chiacchierata che tra poco prenderà contorni netti. Intanto ci guardiamo intorno, notiamo che appeso alla parete c’è il calendario che Bergamo ha realizzato lo scorso anno con il tema delle favole e do Valentina è vestita da Peter Pan. «È sempre stata tra le mie preferite. Io sono una sognatrice e vivo nella mia isola che non c’è». Più in là, un quadro di foto raccoglie i due anni passati a Vicenza, mentre attaccata al vetro della credenza c’è la scritta con il suo soprannome: Piske. «È il diminutivo di pischella, ragazzina. Me l’hanno dato a Genova quando a 13 anni sono andata a giocare in serie C. Ero la più piccola».
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