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 Jeny Barazza
 

SEMPLICEMENTE JENNY


Anteprima dell'Intervista a Jenny Barazza  realizzata da  Fabrizio Rossini.
Il testo integrale con gli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di Ottobre 2004

 

Il divanetto dell’hotel tailandese era estremamente scomodo.
Ma era l’unica cosa storta nell’organizzazione perfetta del Mondiale prejuniores femminile a Chiangmai, nell’estate del 1997. Poco lontano, in un divanetto gemello, l’allenatrice cubana stava sgridando le gemelle Munoz, reduci da chissà quali malefatte in campo. Anniara e Arianna (dove sarà finita la seconda? La prima palleggia ancora nella squadra seniores) erano imbronciatissime, e si guardavano l’un l’altra: l’una, l’alzatrice, a rimirare l’altra, l’attaccante, nell’eterno scaricabarile del volley. Sei tu che alzi male, no, sei tu che schiacci da schifo.
Anniara e Arianna, anagrammi perfetti. Forse la signora Munoz aveva deciso prima il nome di Arianna e poi, accortasi che erano uscite in due, aveva inventato lì per lì, di getto, giusto per togliersi dall’imbarazzo con l’ostetrica.
Perso nella onomastica, l’allora giovane direttore di Supervolley sfogliava le schede delle azzurrine, in vista della semifinale più importante. Alla compilazione ne mancavano ancora due. Sangiuliano, la più piccola d’età, schiacciatrice di grande talento. E la centrale Barazza, che viveva in simbiosi con Barbara Campanari e il di lei tamagochi, pigolante giochino portatile molto in voga quell’anno.
Fra l’Anniara e l’Arianna, fu proprio la Barazza, anticipando di un soffio Rachele, a sedersi sullo scomodo divanetto, pronta a rispondere (malvolentieri, s’intenda) alle domande consone: dal n° di scarpe al numero di maglia preferito, passando per la materia scolastica del cuore.
L’incauto, allora, chiese: “Che strano nome… Jenny. A cosa lo dobbiamo?”. La ragazzina lo guardò e mentre rispondeva seccamente («È un nome come un altro») pensò chiaramente: “Spero che questo saccente non mi capiti più davanti”.

Postfazione.
I due si reicontrano 7 anni dopo. Lui ha perso un po’ di capelli, ma resta curioso come un sorcio. Condizione, la seconda, per essere un efficiente comunicatore. Lei invece è reduce da un’estate bellissima, dove, dopo aver vinto una Coppa Cev e lo scudetto a Bergamo, ha compiuto la madre di tutte le passeggiate: la cerimonia d’apertura olimpica.
Chiaro che la tentazione è partire da lì, da quel nome strano, non così diffuso. Dalla stessa domanda di allora. Perché il sorcio ha memoria. «È un po’ come chiamarsi “Coperchio” - dice lui. – Alla fine la gente si ricorda sempre di te».
Sarà per la pietà, sarà perché non è più una teen ager sospettosa come allora, stavolta lei ride e ammette: «È vero. La mia mamma aveva deciso così, un nome che le suonava bene e che mi piace molto. Originale. Poco diffuso. Io mi sento molto Jenny».
Bene. Stemperato l’ambiente. L’occasione per iniziare a raccontare della piccola Jenny, che sgambetta verso la pallavolo. «Inizia tutto un po’ per caso, a scuola. Facevo le medie, c’era questa prof: Stefan Wally. Sì, un nome strano come il mio. Lei dice una cosa apparentemente scontata. Sei così alta, vieni a fare un allenamento. Io facevo tutt’altro in quel periodo. Sì, ballavo. Insomma, se non lo scrivi è meglio perché magari fa ridere, ma io ballavo liscio. Dalle mie parti è una grande tradizione, i miei mi avevano spinto verso la pista. Il problema è che io crescevo. Continuavo a crescere e nel giro di tre anni ero diventata troppo alta per il mio partner di ballo, Stefano. Alla fine ho lasciato il valzer con Stefano e provato la pallavolo con Stefan. La solita trafila. Il minivolley, la prima squadra… Quello che mi piaceva, che mi piacque subito più del ballo, era essere parte di una squadra. Lavorare insieme, completarsi col gruppo. Avevo forse 11 anni. Poi è arrivata la serie C. Molto presto. E molto presto, cosa per me sorprendente, la A2».

 

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