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Se non sapete niente dei suoi primi passi a ritmo di polka, della rabbia provata per l’epilogo della Romanelli Firenze e della passeggiata Olimpica ad Atene, andate a pagina 48 del numero di ottobr e 2004. Se non l’avete letto, l’articolo che ripercorre le tappe di questa giovane promessa del volley, fareste bene a farlo. È dettagliato e ottimamente scritto. Ma se avete capito benissimo di chi stiamo parlando e fareste volentieri a meno di sentire di nuovo la storia dei suoi partner di ballo perennemente inadatti ai centimetri che crescevano, allora siete nella pagina giusta. Perché perdonateci se stavolta vi sottraiamo qualcosa, ma dopo aver visto appioppare ad una bambina il cognome di un’altra (Chanel), la scelta stravagante di mamma Renata possiamo pure ritenerla superata. Benvenuti nel nuovo universo di Jenny Barazza. Chi, la centrale campione d’Europa? Il miglior muro del vecchio continente? Proprio lei. Questa è la nuova eroina che c’ha restituito Massimo Barbolini. Un po’ Lara Croft, un po’ Rossella O’Hara. Anche se le pareti di casa sua sono tappezzate da quell’autentica anima elegante ed esempio di stile che era Audrey Hepburn. «Adesso nessuno potrà più dire che non sono una vincente – comincia a raccontarsi la nostra nuova Jenny -. Adesso che sono arrivata lassù voglio conquistare tutto ciò che mi passa sotto mano e vedere cosa succede. A partire da subito. Questo è lo spirito che mi porto dietro dagli Europei». E non potevamo che partire dalla prima storica vittoria dell’Italia in Europa per farvi conoscere chi è oggi questa ragazza. È maturata, Jenny, non ha più 16 anni quando in nazionale Juniores prendeva la sacca e partiva, ora sente di più il desiderio di stare con la sua famiglia, nonostante parta ancora. «Quando giochi nelle nazionali giovanili fai dei ritiri molto più lunghi che in seniores. Ho visto scene di pianto allucinanti. A me invece non dava fastidio, io non vedevo l’ora». Perché la nostra Jenny non è capitata in Lussemburgo per una scelta di Barbolini. Già dieci anni fa lei girava il mondo indossando una maglietta azzurra, ed il trionfo del 30 settembre scorso è l’apice di un rapporto sempre stretto con la nazionale. Ma che effetto fa vincere qualcosa per la prima volta, farlo da protagonista e alla fine meritarsi pure un riconoscimento personale? «La finale mi resterà nella memoria come uno dei giorni più belli della vita. L’apoteosi di un torneo perfetto fin dalla prima partita. Quel giorno avevo un serpente nello stomaco, ma poi ho iniziato a far uscire fuori tutto, la forza che avevo dentro, il duro lavoro estivo e le palle che prima non venivano, viaggiavano perfette. Andavamo tutte a mille. La convinzione che stavolta era la volta buona è arrivata ovviamente dopo la vittoria in semifinale con la Russia. Eravamo gasate ma sapevamo che in finale tutte le squadre diventano pericolose e poi la Serbia ci somigliava. Ma alla fine del primo set, quando sono andata in battuta e ho segnato il primo punto della rimonta, ho visto lo sguardo impaurito delle avversarie e mi sono detta “non posso permettereche delle ragazzine mi battano”». Così, Jenny, ha messo insieme i suoi 188 centimetri di potenza, le ore ed i giorni spesi a ripetere sempre gli stessi gesti, i pomeriggi passati in palestra a studiare i movimenti avversari per poi, in sospensione e con le braccia in alto, impedirglieli. Ha ripercorso, forse, le centinaia di partite vinte e perse e chissà quanti istanti simili a questo, con una palla in mano, il fischio dell’arbitro che risuona nell’aria e 8 secondi di tempo per lanciarla in aria, inarcare la schiena e servire. Punto. Battuta e muro, gli unici fondamentali (se parliamo di muro a uno) individuali in un gioco di squadra. «Stavolta però è andato bene anche l’attacco e per me è una grossa soddisfazione. Dico sempre che preferisco il muro perché nell’attacco dipendi comunque da qualcuno, dall’alzata o dalla ricezione, invece nel muro ci sei tu e l’attaccante avversario. Sta a te leggere i suoi movimenti ed è più stimolante. Al premio ho iniziato a credere dopo la prima sfida con la Russia. Ero in testa alla classifica e ho pensato: ci posso riuscire. Mi è venuto in mente mio padre, lui si fa prendere dalle partite, lancia pure i cuscini». Chissà che stavolta non abbia rivoltato direttamente il divano… Ma premi a parte, questo Europeo è stato anche la vittoria di un modo di lavorare che soddisfa tutti e rasserena l’ambiente. «Oggi durante i ritiri si è molto più tranquille, puoi concentrarti sulle cose veramente importanti, sei più consapevole della tua forza. Massimo ci ha dato sicurezza e fiducia». |