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Contro corrente Estratto dell'intervista a Cristina Barcellini realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiarti su Pallavolo Supervolley di giugno 2009 |
Ha avuto un fiume, prima del mare. A lei,semplicemente, è andata così. Ha di strano che è normale. Niente strappi, niente telefonate per quel viaggio di ritorno di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai veramente fatto. Niente amici lontani e colle gamenti via skype per parlare con il fidanzato. Niente. Lei, al massimo, 4-5 anni fa ha cambiato camera. A casa hanno deciso che era arrivato il momento di ristrutturare. E allora, potevamo almeno aspettare che vincesse il primo scudetto. Che giocasse titolare la prima partita di un Europeo. Potevamo farlo. Invece abbiamo scelto Cristina Barcellini oggi. Finale scudetto bruttina, solo una delle sette schiacciatrici-ricevitrici dell’Italia che a fine maggio si è ritrovata ad Alassio. Ancora tutto da vedere. E anche da vivere, probabilmente. Ma quello che colpisce, è che se a 22 anni non avesse giocato la sua prima finale scudetto, appunto, o vinto il premio come miglior giocatrice della Coppa Cev, tanto per anticiparvi qualcosa, se avessimo raccontato solo la storia, ecco, avremmo detto: beh più o meno ha la stessa vita di una ragazza che gioca in serie D. La sera dopo il lavoro. Invece lei è una delle poche, nel nostro campionato, che ha avuto la fortuna di essere mandata in campo a farsi le ossa. Quello che nella maggior parte dei casi comincia con un “si dovrebbe far giocare le giovani” e finisce con “ma se posso prendere una che mi assicura 20 punti a partita è meglio”, a Novara si è fermato alla prima parte. La seconda ce l’ha messa lei. Ed è arrivata la finale scudetto. Però la favola non è andata oltre e il triangolino tricolore è rimasto cucito sulle maglie della Scavolini. Cominciamo da qui. «Pesaro era più forte di noi e il meccanismo del “do il tutto per tutto che magari mi va bene”, stavolta non ha funzionato. Eravamo tese, io per prima. E l’insicurezza che piano piano avevo ridotto durante tutto il campionato è tornata a farsi sentire. Lo ammetto, ho giocato abbastanza male nelle tre partite di finale. Poi c’è da dire che venivamo da cinque gare tiratissime con Bergamo in cui abbiamo lottato, tirato fuori tutto l’agonismo che avevamo e invece con Pesaro, arrivate ad un certo punto, ci siamo rese perfettamente conto che era finita». Già, perché la finale scudetto è lontana più di un mese ma l’Asystel ha battuto le campionesse d’Europa della Foppa con due schiacciatrici su tre classe 1986 (oltre alla Barcellini l’altra è l’opposta Kozuch) prima di farsi “asfaltare” dalla Scavolini. Esattamente la stessa cosa che le era successa in Coppa Italia. «Vinci contro Bergamo, poi arriva Pesaro e niente da fare. Però se ripenso all’inizio del campionato abbiamo fatto dei miglioramenti incredibili. Abbiamo avuto una crescita di gioco notevole e anche se è andata male alla fine penso che ne sia valsa la pena: ok non abbiamo vinto, ma abbiamo fatto tanto». Ecco, questa è l’immagine di Cristina. A ventidue anni, prima stagione da titolare, lei ti riesce a dire che ne è valsa la pena. Capite? La Osmokrovic, tanto per fare un nome, non l’avrebbe neanche pensata una cosa così. Ma se nel giro di due anni passi dalla B1 alla finale scudetto, hai tutto il diritto di mettere insieme quelle parole lì. E anche spalancare gli occhi, aggiungendo: «Tanto lo scudetto lo vincerò, prima o poi, anche perché sarò sempre più forte». Guarda cosa ti fa… avere un futuro davanti. Il fenomeno Barcellini non ha fatto tanta strada. E non è una metafora. Nasce a Bellinzago, 20 chilometri da Novara e con la società del paese muove più dei primi passi. «Ho iniziato alle elementari con mia sorella più grande, Valeria. Le nostre rispettive migliori amiche erano sorelle e giocavamo tutte e quattro a pallavolo. Loro poi hanno mollato mentre io e Valeria, insieme, siamo arrivate fino alla serie C. Io schiacciatrice, lei centrale». |
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