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MARTA BECHIS: IL CASSETTO DEI SOGNI Estratto dell'intervista realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di aprile 2010 |
Sembra non aver paura Marta Bechis. Di cambiare vita. Di prendersi le proprie responsabilità. Di impegnarsi. Credere in se stessa. Lavorare sodo. Questo è quello che racconta la sua carriera pallavolistica. Appena iniziata, direte voi. Appena iniziata, concordiamo, ma che mostra già tratti decisi e sicuri. Questa ragazza ha le palle e non sarà il bluff di una stagione. Torino primi anni 2000: Casa Bechis è un continuo movimento. I tre figli Elisabetta, Michele e Marta la animano. Litigano, scherzano, si prendono in giro. Insieme, spinti dai genitori, provano tutti gli sport a portata di mano. Lo sci, il nuoto, la ginnastica artistica. A Marta la ginnastica artistica piace molto, è brava, ma i genitori guardano a questo sport con un po' di preoccupazione. Le donne bambine che si vedono alle gare li lasciano un po' perplessi. Così prima che la rinuncia sia dolorosa e accompagnata da litri e litri di lacrime, stoppano Marta e provano ad indirizzarla verso altro. Elisabetta già giocava a pallavolo, in una società di amici di famiglia, dove l'aspetto agonistico c'era ma non era esasperato, esaltato. Una buona soluzione anche per Marta. Segue le partite di sua sorella e poi alla fine prende un pallone ed inizia a palleggiare. Scopre che le piace e che forse quello sport di squadra potrebbe fare anche per lei. Viene affidata all'allenatrice Tilde Oliviero, la quale non si fa abbagliare dall'altezza di Marta. Quello che più la convince sono le mani. Grandi. Sembrano essere disegnate per abbracciare il pallone che esce sempre pulito dai palleggi di Marta. Non ha dubbi, la signora Tilde: il ruolo di Marta è quello della palleggiatrice. Profetica. L'escalation di Marta è veloce, ai campionati giovanili si affianca quello in Serie C. Il suo impegno cresce, ma la Pallavolo Lingotto le sta dando il suo massimo. Non può avere un approccio diverso, non ci sono numeri e neanche la qualità. Le sue compagne di squadra sono ragazze più grandi. Alcune già lavorano, altre sono mamme. Ragazze che vivono la pallavolo come un divertimento, questo è l'unico scopo finale. Per Marta è diverso. Il suo impegno è diverso, ha voglia di passare ore in palestra, di crescere. Non pensa di trasformarsi in una pallavolista a tempo pieno, né di far ruotare la sua vita intorno ad un campo 9x9, ma giocare tanto per farlo le sta stretto. La cosa si vede ad occhio nudo, si percepisce ad ogni partita della Serie C. Ad accorgersi di questo, qualcuno c'è. Sono gli osservatori dell'Asystel Novara. Il suo nome è scritto nel taccuino giusto. A fine giugno del 2006 l'Asystel Novara si mette in contatto con la famiglia Bechis, espone il progetto confezionato per Marta, parla dell'investimento serio che la società sta facendo sui giovani. Marta ha tutte le caratteristiche per fare qualcosa di più. Sul piatto mettono tre campionati: la B1, la C e l'Under 18. «Non avevo mai pensato che la pallavolo potesse diventare qualcosa di così totalizzante, di così serio. Prima di allora non c'erano mai stati segnali che la mia vita potesse prendere una piega così. La chiamata di Novara è stata completamente inaspettata. Mi si chiedeva di cambiare tutto. Città, amici, scuola. Mi si chiedeva di lasciare la mia famiglia. Di non inseguire più mio fratello, ma un sogno. Non è stato facile accettare per me, né tanto meno è stato facile per i miei genitori assecondare questa mia scelta. In casa tutti avevamo l'idea che questo che si stava presentando fosse un treno e, d opo tanti calcoli, abbiamo lasciato che l'istinto rispondesse». Novara accoglie Marta Bechis, arrivata nella città dove brillano le Asystelle con le sue valigie, i libri di mate del liceo scientifico, la sua borsa della palestra. È armata del suo pragmatismo, del suo essere precisa e pignola. È un bagaglio che può bastare ad una diciassettenne che per la prima volta è lontana da casa? Lontana dal piatto di pasta preparato dalla mamma, dai vestiti che profumano di ammorbidente e amido e che “magicamente” passano dalla cesta dei panni sporchi all'armadio? Sono domande che non hanno risposte certe. Dipende da chi sei. Marta non ha paura, non cede alle lusinghe delle debolezze. Per lei la risposta è sì. Inizia a vivere con due ragazze che come lei vengono da fuori. In casa non c'è serenità, anzi, qualche problema di troppo e così Marta chiede di poter vivere da sola. Non ha ancora compiuto 18 anni. «Sono stata sorretta dai buoni esempi dei miei genitori, dall'educazione che mi hanno insegnato, dal rigore che bisogna pretendere da se stessi. Sono state queste le cose che mi hanno fatto superare le difficoltà. Sono maturata in fretta, sicuramente prima dei miei coetanei, e nonostante tutto ci sono stati momenti di crisi. Telefonate in lacrime ai miei genitori in cui ripetevo che non ce la facevo più». |
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