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IL MONUMENTO


Anteprima dell'intervista a Lorenzo Bernardi realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale su Pallavolo Supervolley di settembre 2006
Ci sono azioni di gioco che non si dimenticano. Quelle in cui la palla molto lentamente dal braccio dell’attaccante va verso terra, spiazzando l’avversario. Una dilatazione del tempo che nasce dall’estetica di un gesto atletico e che molto spesso, in Italia, si è incarnato in Lorenzo Bernardi. Chiamatelo come volete, Lorenzo il Magnifico, Mister Secolo, Lollo ma guardatelo sempre giocare. Seduta sugli spalti del PalaVerde, una tifosa assisteva ad un momento non troppo felice della sua carriera: il decimo possibile scudetto stava scivolando dalle sue mani e da quelle della Lube Banca Marche Macerata. Tra un attacco difeso ed uno a segno, Lorenzo piazza una diagonale stretta tutta di polso. Un’epifania, la realizzazione di tutti gli insegnamenti degli allenatori, un libro di tecnica vivente, capace di urlare ai “bimbetti” dall’altra parte della rete. Un’azione così dura un attimo di eternità. Lascia senza parole. Spinge alla riflessione. Certo non i massimi sistemi, però lo sguardo abbraccia gli spalti, guarda fan giovanissime e scatenate che palpitano per il sorriso di Vermiglio o gli occhi azzurri di Cisolla e si chiede:“Avranno visto quella rotazione, la perfezione del gesto, avranno colto l’attimo od erano distratte?”. Per molti Lorenzo Bernardi è tutto questo: i primi trionfi azzurri, l’ultimo punto del Mondiale di Rio de Janeiro, onorificenze e scudetti. È come essere un giapponese per la prima volta di fronte all’Arena di Verona e scattare all’impazzata migliaia di foto con la digitale. «Mi stai dicendo che sono vecchio come l’Arena di Verona?», chiede Lorenzo Bernardi divertito. L’obiettivo non era questo, ma quello di dire che in mezzo a grandi campioni, qualcuno è grandissimo anche se a volte non è facile da capire. Lorenzo Bernardi ha sempre diviso il pubblico. Per alcuni un mito, un giocatore da clonare, per altri un antipatico da fischiare. Semplicemente un giocatore che non pecca di falsa modestia. Per lui o contro di lui, una cosa è certa: farsi raccontare la pallavolo da lui è davvero un’altra storia. «La prima volta che sono entrato in palestra è stato subito amore. Forse perchè venivo dalle vasche del nuoto, ma questo sport mi ha preso subito dentro, a 360 gradi. Un’attrazione fatale aiutata anche dal fatto che tutto riusciva abbastanza facilmente. Con i risultati che arrivavano non ci sono mai stati sacrifici da compiere. Le rinunce alla discoteca, alla vacanza, al sabato sera erano vissute con estrema leggerezza. La passione che provavo e provo per questo sport era più grande». Uno sport in cui ha presto ha trovato una sua dimensione: la Panini Modena. A Modena, in una società che lui paragona all’Inter del calcio, (di cui si è sempre professato tifoso e di cui dopo lo scandalo Moggi è sempre più orgoglioso) ci è arrivato a 16 anni, poco più che adolescente. Un palleggiatore promettente da far crescere sotto l’ala di Pupo Dall’Olio. Il mercato orchestrato da Peppino Panini quell’estate porta un giovane Fabio Vullo, candidato ad essere titolare inamovibile. L’ombra di Vullo sarebbe stata davvero troppo grande e mentre si ventilava l’ipotesi di cedere in prestito questo talento non ancora pronto per un posto da titolare, l’Argentina blocca i suoi giocatori. L’unico a non far tragedie è Julio Velasco. «Mi ha cambiato la carriera e forse la vita, la prospettiva con cui vivevo la pallavolo. È stato lui a puntare su di me, sul mio cambio di ruolo. A pensare che io potessi riuscire in questa trasformazione. Forse è stata meno difficile di quanto si possa immaginare, nelle nazionali giovanili si giocava con il 4-2. Chi era davanti schiacciava, quello dietro alzava. Più che i colpi, dovevo imparare a gestire la responsabilità di chiudere un’azione». Lungimirante, Velasco. Cambia ruolo a un promettente palleggiatore, lo trasforma in uno schiacciatore e lo convoca, una volta seduto sulla panchina della nazionale azzurra, in quel gruppo che cambierà la nostra storia. La pallavolo in Italia pre-89, e quindi prima del primo oro europeo della nostra nazionale, era un mondo per pochi, una piccola realtà sportiva. Non c’erano contratti milionari (quelli verranno negli anni ’90 con l’entrata dei grandi gruppi Mediolanum, Ferruzzi, Benetton), non c’era la fama, non c’era l’interesse della gente, presa più che mai dal 90° minuto, e neanche il successo a una competizione internazionale. Quello che ti spingeva a entrare in palestra, era la palestra stessa. «La mia è una generazione che grazie all’alchimia di un gruppo eccezionale, di un tecnico che ha saputo darci una spinta in più, ha messo in moto un treno che era fermo in stazione. La nostra è stata una grande impresa. Il movimento prima o poi sarebbe esploso, a noi è toccato farlo accadere. Abbiamo trasformato uno sport minore quale era la pallavolo, in quello che è oggi. Una realtà organizzata in cui esistono contratti economici che garantiscono una buona qualità di vita. Io non voglio dire che i nostri successi abbiano più valore di quelli attuali, non potrei perchè questi successi non li vivo da dentro e li conosco solo per quello che vedo e leggo. Con i nuovi azzurri non posso che congratularmi per i risultati eccellenti che ottengono. Quello che ho sempre voluto raccontare sono le sensazioni che vivevamo in quel periodo, sono emozioni, situazioni che appartengono alla mia generazione. Per questo seguo sempre con attenzione e timore i risultati della nazionale. Il nostro sport è esploso grazie ai nostri successi, siamo stati un traino eccezionale. Dalle vittorie della nazionale è nata la dignità che il nostro sport può vantare. Questa conquista, però, è stato un processo lungo, iniziato anche prima di noi. Sono convinto che il percorso inverso si farebbe in molto meno tempo. Per questo spero che la debacle della World League sia solo una parentesi. Quello che si corre è un pericolo molto grande».
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