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IL GALEONE AZZURRO Anteprima dell'intervista a Emanuele Birarelli realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di ottobre 2008 |
Mi chiamo Birarelli. Emanuele Birarellli. Si presenterebbe così il centrale dell’Itas Diatec Trentino. Semplice, asciutto, diretto. Come il suo gioco. Semplice come quando sale per andare ad attaccare il primo tempo. Asciutto come i suoi movimenti, puliti e tecnici. Diretti come i punti che mette a segno. Un colpo. Veloce e netto come un punto e a capo. Definitivo. Si presenterebbe come il personaggio dei fumetti ideato da Tiziano Sclavi nel 1986 di cui è collezionista e da cui prende in prestito fisico e vestiti. La stessa giacca nera, le stesse Clarks, le stesse camicie rosse, gli stessi jeans. Un indagatore che viene indagato. Paradosso alla Groucho Marx, spalla perfetta, di chi si confronta con il soprannaturale e con il mondo degli incubi. «Ho iniziato a leggere Dylan Dog a 13, 14 anni, un po’ di tempo dopo la sua prima uscita, ma ho collezionato e letto tutti i numeri». Da quando è uscito Dylan Dog ha conquistato tutti. È pop e colto allo stesso tempo, letto dagli adolescenti così come dagli intellettuali che lo osannano senza vergogna. Lo stesso può dirsi di Emanuele Birarelli, uno che da quando è tornato a giocare a pallavolo ha messo tutti d’accordo. L’ultimo anno di carriera, emblema della sua crescita. L’estate scorsa era il terzo centrale dell’Itas 2007-08, uno che per entrare in campo doveva convincere l’allenatore che Piscopo e Jeroncic erano meno importanti per la squadra rispetto a lui. Al fischio di inizio Birarelli è in campo. Titolare. Così è alla ventiseisima giornata, ultima di regular season. E nei play off scudetto. Birarelli è in campo anche quando Matey Kaziyski tira forte sulle mani del muro di Piacenza, l’ultimo pallone dell’anno, quello dello scudetto. C’è quando una città è invasa dal delirio, quando i festeggiamenti si propagano dal palazzetto di Trento per raggiungere il centro città ed esplodere in un boato. Una stagione da onnipresente, uomo dai mille tentacoli capace di dire “qui non si passa” a tutti gli attaccanti più forti del campionato, lo spedisce dritto dritto in nazionale. Una maglia diversa da quella bianca/grigia dell’Itas. Un azzurro grande come il cielo.Senza dubbio un anno da sogno. Chi sogna sa che la dimensione onirica si compone anche di incubo. Prima di suonare al campanello di Birarelli, che per fortuna non lancia urla agghiaccianti come quello del protagonista del fumetto, pensavamo che l’incubo del centrale azzurro fosse lo stop a cui è stato costretto dal 2002 al 2005. Febbraio 2002: un malore mette in guardia i medici sulla sua condizione di salute, un’ischemia non gli consente di continuare. Banalizzando, è un problema di circolazione, su cui non si può scherzare. Lo stop è senza appello. «Ho reagito come chiunque a cui vietino di fare la cosa che gli piace fare, che vuole fare, come chiunque che in un attimo deve reinventarsi la propria vita, come chi vede cambiare i propri progetti. C’è stato un momento per la rabbia, ma non ha preso il sopravvento. La pa llavolo mi piaceva, mi piace, è la cosa che mi viene meglio, ma non potevo sprofondare nel dispiacere. In me c’era la consapevolezza di dovermi impegnare in qualcos’altro e di riuscire allo stesso modo in cui stavo emergendo nella pallavolo. Avevo poco più di 21 anni, vivere una vita dignitosa doveva essere comunque il mio obiettivo. Con o senza pallavolo. Non volevo buttare via nulla, non volevo trasformare il mio futuro in rimpianto. Volevo continuare ad essere io a decidere la mia vita, non lasciarlo fare al caso che in un giorno di febbraio del 2002 decide di cambiare le carte in tavola». |
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