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| Paola Cardullo |
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PALLY NON C'E' PIU |
Anteprima dell'Intervista a Paola Cardullo realizzata da Isabella Mignani. Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati ed il poster di Paola su Pallavolo Supervolley di Aprile 2004
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Pally non c'è più… È uscita, sparita, persa nell'azzurro della nazionale o nel biancorosso dei colori sociali del Sant'Orsola Asystel Novara. In campo c'è una ragazza che le assomiglia. Identica, si potrebbe dire gemella, se non fosse per quello sguardo cos ì diverso. Più grande. Pally è il ricordo di una stagione passata, come un vestito piccolo e stretto dimenticato nell'armadio. Sotto gli occhi dei propri tifosi e delle avversarie, Pally è uscita dal campo, sostituita da Paola. Che di cognome fa Cardullo. «Pally è un soprannome che non mi è mai piaciuto, ma me lo hanno dato, me lo sono tenuta e me lo terrò, perché ormai molti, tutti mi conoscono così». In effetti, a chi piacerebbe essere soprannominata Pally perché rimbalzi sul campo come una palla di quelle pazze di cui non riesci a prevedere la traiettoria? Insomma, o sei una figura tondeggiante o proprio non ti riconosci. Certo, gli inizi di Paola hanno quella pennellata di sogno che ha colpito l'immaginario collettivo. Nella pallavolo delle “fisicate” sbuca fuori una giocatrice piccina piccina: solo 160 centimetri o giù di lì, magliette extralarge perché le taglie piccole dagli sponsor tecnici non sono considerate, un talento straordinario in difesa e ricezione apparentemente venuto dal nulla. Paola o Pally è stata la controtendenza, la dimostrazione che si può essere grandi, campioni del mondo, pur non essendo alte come pali della luce.
Una democratizzazione del volley ad alto livello, un po' snob e oligarchico, come se la caratura di un campione dipendesse dal metro. «Negli anni iniziali di carriera ero una ragazzina alle prime esperienze, e l'insicurezza era protagonista assoluta. In nazionale, come nel club, non mi prendevo le mie responsabilità, cosa che un libero deve fare sempre. Adesso sono cambiata. Ho imparato a gestire le situazioni, l'esperienza e il gioco sono stati i miei maestri. So che posso dare consigli e so che posso guidare il reparto difensivo come se fossi un allenatore. D'altronde i tecnici spesso guardano altro: gioco avversario, scelte tecniche del palleggiatore, hanno tanto su cui concentrarsi. Io no. Io svolgo solo due fondamentali, ricezione e difesa e ci sta che allora mi carichi di un lavoro tattico, decidere se fare una ricezione a due o a tre». | |
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