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RADDOPPIO
Anteprima dell'intervista a Paola Cardullo  realizzata da Valeria Benedetti
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di ottobre 2008

«Londra 2012? È la prossima occasione. L’ho pensato appena rientrata in Italia, che non poteva finire così. La voglia di riprovarci c’è. Certo poi non dipende solo da me. Bisognerà vedere se fra quattro anni mi convocheranno ancora». La bella notizia è che Paoletta non si è stufata ed è già pronta a mettersi dietro le spalle Pechino. Non è poco. Pally non c’è più. Paola Cardullo, 26 anni e già sette di nazionale alle spalle, è diventata grande. Sorride spesso, si concede con meno timidezza alle interviste, legge libri di filosofia e guarda al futuro. Un futuro dove la palla continua sbatterle addosso a velocità pazzesche e dove la casella delle vittorie ha ancora molto, moltissimo spazio da riempire. E meno male. L’Olimpiade è finita da poco più di un mese, il campionato è alle porte, poco tempo per prepararsi, al solito, qualche acciacco. Paola è già  pronta per ricominciare il ballo. Decimo anno con Novara, non uno scherzo. Ma, prima di guardare avanti, è inevitabile tornare lì, a Pechino. Al 19 agosto, quarto di finale, Italia-Stati Uniti, quando la luce si è spenta. È passato del tempo. A freddo magari ci si dà qualche spiegazione in più. «Sinceramente no – ammette Paola – ancora non riesco a darmi una vera spiegazione. Non è che la squadra non fosse buona, anzi, aveva tutte le carte in regola per raggiungere il traguardo. A volte capita un black out nel momento sbagliato. Con gli Stati Uniti siamo andate semplicemente via di testa. A volte veramente la mente condiziona tutto. È amaro ammetterlo, in questo caso, ma è così». Seconda Olimpiade stesso risultato. È come non aver imparato nulla? «Effettivamente il risultato è stato deludente, anche peggio della volta precedente, perché avevamo più consapevolezza e sapevamo che questa volta potevamo fare qualcosa di grande. Brucia molto di più». L’esclusione per problemi di salute di Antonella Del Core, la drammatica vicenda personale di Tai Aguero sono spiegazioni, o alibi, sufficienti? «No, non si può dare la responsabilità di quello che è successo a queste cose. Certo, una giocatrice come Antonella dà stabilità e serenità, e ritrovarti senza quando hai costruito la squadrain un certo modo è destabilizzante. Indubbiamente avevamo lavorato in un certo modo e ci siamo ritrovati con la squadra cambiata. Ma la reazione ci doveva essere, altrimenti vuol dire che come gruppo non eravamo poi così mature». L’Italdonne negli ultimi due anni si è distinta anche per la compostezza e la compattezza con cui ha affrontato le non semplici vicende che ha attraversato dall’esonero Bonitta. La botta di Pechino però sembra aver rotto questo fronte. Francesca Ferretti, nel libro che ha da poco pubblicato, “Un angelo biondo”, non ha risparmiato critiche al Ct Barbolini per il poco spazio che le ha concesso. «Ognuno è libero di pensare quello che vuole – è l’asciutto commento di Paola -. Può essere che in qualche momento ci sia stata poca lucidità, nostra e del tecnico. Ma in quei frangenti è difficile per tutti. Credo che lui abbia fatto tutto il possibile, tutte le scelte che riteneva migliori per la squadra. A freddo le analisi sono più facili. In quei momenti sono tanti gli aspetti da valutare e il tempo pochissimo. Le decisioni le prendi in un secondo e può succedere di non essere lucidi. Mi sembra inutile, dopo, stare a recriminare. Penso che lui, come ciascuna di noi, poi abbia pensato e ripensato a quella partita, chiedendosi cosa poteva fare di diverso. È umano farlo, ma non accuserei Massimo di scelte sbagliate».

 

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