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RITORNI Estratto dell'intervista a Matej Cernic realizzata da Isabella Mignani Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di maggio 2009 |
Se Matej Cernic fosse un indiano forse penserebbe che queste foto gli abbiano portato via l’anima. Negli scatti di Daniela Tarantini, che siamo sicuri strapperanno un wow a più di qualcuna di voi, c’è tutta la storia di Matej che si racconta dopo essere evaso dalle anguste colonne di “Chiamatemi Matej”. L’esule è tornato ad essere profeta in patria e si è rimesso in gioco a Martina Franca, dove, con la Stamplast insieme a Coscione e a Mastrangelo, ha vissuto una stagione tra alti e bassi. «Avevo voglia di tornare a giocare nel campionato italiano, vivere l’equilibrio, dove si scende in campo per scrivere il risultato e dove q ualsiasi finale è possibile: una cosa che né in Grecia, né in Russia succede. L’alchimia e l’adrenalina di certe partite le vivi solo in Italia. In questo il campionato non è affatto cambiato. Pensavo di trovare un’organizzazione ancora migliore, ma la Stamplast pagava le difficoltà del trasferimento da Taranto a Martina Franca. Sono cambiamenti difficili da affrontare per le società, perché è tutto da costruire, tutto da rifare, c’è un pubblico nuovo da conquistare. Per Martina Franca siamo stati una novità e una sorpresa: abituata al calcio e al basket, si è trovata un po’ spiazzata dal nostro sport. Il pubblico ha risposto alla grande. Il nostro palasport era sempre pieno, zeppo di gente calorosa. E quando ha cominciato a tirare aria di smobilitazione a Martina Franca e sono circolate voci che riportano la sede di gioco a Taranto, io in città ho sentito il dispiacere della gente. Martina Franca è la classica cittadina di provincia, ma una volta scoperta la pallavolo si è innamorata. Questo sport ti entra dentro e non ne puoi fare a meno. È stato così anche per me e lo è tuttora. La pallavolo è la mia passione: l’intervento al ginocchio che ho subito e il lungo periodo di riabilitazione me lo hanno dimostrato ancora una volta. La pulizia del tendine e di tre calcificazioni mi ha imposto uno stop fermo e deciso. Dopo 10 anni di attività ininterrotta tra club e nazionale, ho potuto staccare, riposarmi anche mentalmente e capire cosa rappresenta la pallavolo nella mia vita. Qualcosa di molto importante. I cinque mesi di stop sono coincisi con le Olimpiadi di Pechino ed il mio rammarico è tanto per non esserci stato, ma curarmi era l’unica possibilità per tornare ad essere il giocatore che sono. Infortuni come il mio, dovuto più all’usura che a traumi, insegnano che il riposo serve tantissimo nella gestione del corpo di un atleta sempre in funzione e sotto stress 365 giorni all’anno. Durante la riabilitazione, mentre cercavo di rimettere tutto in ordine, mi è tornata una gran voglia di giocare e credo che nella mia stagione si sia vista. È stato un campionato difficile a livello di squadra. In estate, visti i nomi, ho subito pensato che saremmo arrivati ai play off con grande tranquillità ed invece abbiamo dovuto lottare per salvarci. Un ruolo importante lo hanno avuto sicuramente gli infortuni. Quelle di Granvorka e Moltò sono state davvero due brutte tegole. Giocare un’inte ra annata senza opposto ha pesato molto, è il giocatore più importante, non puoi privartene» Il campionato di Matej è stato da protagonista, lui punto fermo dello scacchiere dei vari allenatori sulla panchina bollente della Stamplast. Prima Lattari, poi Bonitta, infine D’Onghia. La sua grinta e il suo talento a disposizione di ognuno. E l’Italia è ritornata ad osservare in prima fila lo schiacciatore, riconoscendolo partita dopo partita. Pipe come quelle disegnate in azzurro, ricezioni di alta qualità, salti che sembrano voli. E poi quella grinta, quella rabbia, quella voglia di lottare su ogni pallone. Era come vedere un flashback, un pallavolistico deja- u, un tuffo nella memoria che tornava rapida e immediata alla finale degli Europei del 2005. Il PalaLottomatica gremito in ogni ordine di posto per la finale. Le code fuori per sostenere gli azzurri, che diventano una torcida che esplode in un boato. Poi l’inizio della sfida. Dall’altra parte della rete la Russia. Squadra mastodontica, squadra di giganti, espressione di potenza, di uomini che picchiano talmente forte da far scomparire i palloni davanti agli occhi umani. Davanti a questa esplosione di muscoli e centimetri, un piccoletto (si fa per dire) biondo, che ad ogni palla messa a terra si trasforma. La sua faccia è l’essenza dell’agonismo, lui più di ogni altro esibisce le sue esultanze, decide quell’ultima partita. Si arrampica su scale invisibili, il tempo di prendere l’imbeccata di Vermiglio e poi su, su, su. Oltre quelle mani apparse invalicabili. |
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