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Messaggio alla nazione (o meglio, alle migliaia di ragazze innamorate di Matej Cernic): il ragazzo è fidanzato. E geloso. La sua casa è piena di foto della sua bella pallavolista del cuore, Mia Causevic, figlia del grande campione di volley Nurko. Sappiamo di darvi una pugnalata, ragazze, ma è così. Fatevene una ragione. Continuate a chiedergli autografi, a fotografarlo, a dedicargli blog e siti: lo merita, perché è un campione simpatico e atleta volitivo, uno che suda in palestra e non “se la tira” più di tanto. Uno che ha la faccia di “ganzo”, tanto da finire sulle pagine di “Cioè”, dove si divertiva a posare col suo amato giubbotto di jeans. E che all’Olimpiade, cosa più importante, tirava bordate come un satanasso della rete, alla faccia della sua faccia… d’angelo.Matej Cernic, un tempo grande speranza azzurra, oggi vibrante realtà dello stesso, salta come un pazzo da quando aveva sei anni. A un vicino di casa ripeteva fin da piccolo: io un giorno giocherò nella Sisley Treviso. Nella “Marca” non c’è arrivato, ancora, ma è finito in un grande club lo stesso: la Daytona. E ad Atene ha compiuto un passo che poche persone al mondo possono vantare: quello verso l’alto, sul gradino del podio olimpico. Cose da mal di testa, da vertigine. Invece il Bimbo è ancora arrabbiato, se gli parli di Cinque Cerchi.«Sul podio non riuscivo a pensare alla medaglia che avevo vinto. Me ne stavo lì sopra, erano passati pochi minuti dalla fine della finale: quindi avevo in mente solo quella che avevo perso, ero sommerso di rabbia.Lo sapevamo, da quella partita eterna giocata il 17 agosto, che Italia-Brasile sarebbe stata la finale. Quel 3-2 era stato un grande incontro, su tutti i fronti, abbiamo giocato benissimo tutti. La gente poteva immaginarsi una finale logica, che poi si è verificata: si sono ritrovate le due formazioni più forti. Ma i brasiliani hanno iniziato la partita ai mille orari, ci hanno messo sotto subito. Noi abbiamo reagito con tensione, non lo so… Abbiamo faticato all’inizio un po’ troppo, potevamo fare qualcosa di più, potevo fare qualcosa di più quando sono entrato».Il match della vita, che Matej non ha ancora avuto il coraggio di spararsi in vhs. «No. E non lo rivedrei volentieri. Per me son cose da dimenticare, soprattutto il risultato finale. Io lo vorrei scordare in maniera particolare, perché ci tenevo a giocare quella partita in sestetto, ma sono entrato dopo. La finale olimpica è ovviamente una cosa che sognavo da piccolo, e ad Atene vivevo la realizzazione di un sogno. Ma il mio sogno finiva con la vittoria. Ad Atene, no. È arrivato l’argento. Di questo posso però andare fiero, oggi. Perché anche se non è del colore giusto, quella medaglia, per me vale oro per tutto quello che abbiamo fatto noi, e personalmente per il sudore che ho sparso in tutti i campi del mondo. A sangue freddo, penso che abbiamo fatto una bella Olimpiade, oltre le aspettative di tanti».
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