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LIBERO.... DI ESSERE IL NUMERO 1 |
Anteprima dell'Intervista a Mirko Corsano realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale completo di foto, su Pallavolo Supervolley di Ottobre 2005
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Nel 2006 ne sperimenteranno due, prima del 1998 non esisteva nemmeno. In Italia Mirko Corsano è il numero uno nel suo ruolo e almeno su questo nessuno può dire di no. Lui, il libero della nazionale campione d'Europa, è prima di tutto il libero della nazionale e basta. La prima maglia “diversa” è stata la sua, ai Mondiali del '98, in Giappone, c'era lui. Dopo è iniziato un mondo fatto di lente conquiste, maggiori responsabilità e un fascino in costante crescita. Dopo. «Un conto è nascere libero, un conto è diventarlo. Io ho accusato il cambiamento, volevo continuare a giocare in nazionale e Anastasi mi ha detto: fai il libero. Dovevo scegliere e io ho scelto. Ma la vita del libero è faticosa, non potevo più giocare a tutto campo, rischi di non toccare palla per tanto tempo e non potevo più sfogarmi in attacco se avevo preso un punto in difesa. Gli schiacciatori scaricano le tensioni in prima linea, in attacco o a muro, noi no. Bisogna rimanere il più freddi e tranquilli possibili, è tutta una questione psicologica, ti sono concessi due fondamentali, difesa e ricezione e non ti è permesso sbagliare. Ma gli errori si commettono, solo che quelli del libero, un po' come il portiere, si notano di più e allora devi cancellarli subito. Poi ora che la battuta è tirata al massimo sei ancora di più sotto pressione, ma sei di grandissimo aiuto alla squadra e questo è il massimo della soddisfazione». A Roma l'abbiamo visto scivolare sul pavimento, guardare gli angoli di quel rettangolo e andarli a trovare, più volte abbiamo detto “persa” e invece lui c'è arrivato. Palmo a terra e oplà. «È stato stupendo, al di là del risultato tecnico, è stata una settimana indimenticabile, abbiamo avvertito la vicinanza del pubblico, mai provata un'emozione così, mai vissuto in Italia una manifestazione di questa intensità. Tutti in piedi a cantare l'inno, quelle tre, quattro ore di pura estasi. Auguro a tutti gli sportivi di vivere almeno una volta nella vita un'esperienza del genere». E se lo dice lui che sotto i riflettori non ama starci, che si definisce schivo, che le manifestazioni d'affetto ricevute in giro per l'Italia lo imbarazzano, significa che quello che è successo agli Europei è stato davvero un sogno. «Quando potevo sognavo, immaginavo quella finale, le persone a cui tengo tutte lì a guardarmi. Quel pensiero mi ha aiutato». Perché Mirko è un ragazzo che è arrivato dove voleva e a 32 anni di strada ne ha fatta. Ma almeno una volta, almeno ogni tanto qualcuno che cerca qualcosa è riuscito a trovarla. E allora è questa la felicità. Per diventare un campione è partito da Lecce, aspirante schiacciatore ed è passato per Parma (due scudetti), poi Castellana, Roma, Modena, Milano e Macerata. Dove si è stabilizzato, come giocatore e come uomo. Dal '99 fa il libero a tempo pieno e vive nelle Marche con la sua famiglia, la moglie Stefania e due figlie, Rebecca 8 anni e Asia 6. «La famiglia è la cosa più importante, tanto ho preso dalla pallavolo,ma tanto ho dato. L'estate se ero in ritiro con la nazionale vedevo pochissimo le mie bambine e loro avevano bisogno di me. Tornavo a casa una volta e camminavano, la seconda e già chiamavano papà. E così mi sono preso due anni di pausa. Quando è così, è meglio mettersi da parte. Mi sono rigenerato mentalmente e fisicamente e se non fosse per le ginocchia e il modo diverso di vedere le cose, mi sentirei come prima. Mi davano per finito? Sono tornato e ho risposto sul campo». | |
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