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CAROLINA COSTAGRANDE
Estratto dell'intervista realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con numerosi scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di giugno 2010

Uscire di scena è un talento. Nei film, potete rimetterci l’orologio, i personaggi scelgono sempre il momento giusto. E se per caso non lo era, c’è qualcuno pronto a ricordarglielo: “non è così che deve finire”. E allora quello torna indietro, finisce quello che deve finire e se ne va. Andarsene, nella vita, è importante quanto arrivare. E non solo è molto meno facile di quanto sembri, ma soprattutto non c’è un copione così attento. Se sbagli tempo, non puoi rimediare. Diventi automaticamente un ingrato, se chiudi la porta troppo presto. Oppure sei uno attaccato alla poltrona, se non trovi mai il verso di chiuderla, quella porta. Però, se riesci ad infilarti in mezzo, tra l’ingratitudine e la cieca perseveranza, se trovi il momento giusto, allora hai vinto. Uscire di scena è un talento e Carolina Costagrande ha anche quello.
Diciotto maggio 2010. Milano. La Scavolini Pesaro stende Villa Cortese e vince il suo terzo scudetto di fila. A mettere per terra il punto decisivo è lei. Come a Perugia, due anni prima. Per i tifosi è una regina da eleggere con tanto di corona dorata e striscione personalizzato. Ma è proprio da quel palazzetto che le voci di presunte offerte russe diventano la certezza di un addio. Dopo cinque anni di reciproco amore Carolina lascia Pesaro. Partiamo da qui. «Non era nella mia testa questo addio. Non sono stata io a cercarlo. Anche perché dopo una stagione così difficile non me lo aspettavo. Dopo il campionato strepitoso dell’anno scorso non erano arrivate offerte così importanti. Ma prima di prendere qualsiasi decisione ho aspettato che tutto fosse finito. Ne ho parlato con la mia famiglia e poi ho fatto una telefonata a Simona Gioli». Già, perché i russi in questione sono proprio quelli della Dinamo Mosca di “mamma fast”. «Simona mi ha tranquillizzato, tolto qualche curiosità e alcuni dubbi. Mi ha detto che Mosca è bellissima e che lei ha imparato a muoversi senza problemi. L’ho sentita carica e contenta. In due, mi ha detto, faremo molte più cose. E che nessuno mi parli di freddo: quando l’altra sera, a Pesaro, abbiamo fatto la passerella sul pullman scoperto, battevo i denti». Come ha preso la notizia la squadra? «Dopo la fine del campionato c’è stata una riunione in cui il presidente ha comunicato che andavo via. Perché se c’è una cosa che ho apprezzato molto, è stata che durante le finali nessuna ragazza mi ha chiesto se quelle voci erano vere. Quando parliamo di concentrazione, di voglia di vincere, di forza del gruppo, parliamo anche di queste piccole cose».
Vi abbiamo detto che esiste un momento specifico per alzarsi e salutare e che quel momento ha un altrettanto specifico lasso di tempo. Lei e la Scavolini hanno spaccato il secondo. L’una non sarà mai una ingrata e l’altra non l’ha costretta a una cieca perseveranza. «Io credo nel destino e che qualche volta l’universo lavori a nostro favore. Questo scudetto è arrivato perché era così che dovevo lasciare Pesaro. La mia scelta di andare in Russia (ha firmato per un anno con l’opzione per il secondo, ndr) coincide con la scelta di un cambiamento per me e la mia carriera. Ma questo farà bene anche alla mie compagne e alla loro, di carriera. Perché dopo cinque anni potrebbero essere stanche di me e dei miei modi. È uno stimolo anche per loro, per Skowronska e Usic per esempio, che adesso non saranno più coperte da me e dagli ottanta palloni a partita che ricevo. Adesso la palla arriverà loro con più frequenza. Perché Francesca non è certo un’alzatrice che si fa condizionare, ma io chiedo la palla con grande insistenza.».

 

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