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| Paolo Cozzi |
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PAOLO COZZI: LA STORIA SIAMO NOI |
Anteprima dell'Intervista a Paolo Cozzi realizzata da Fabrizio Rossini. Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di Marzo 2005
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La pubblicità dell'azienda farmaceutica era arrivata all'ultimo minuto, nella redazione di Supervolley. Non c'era stato molto tempo di valutare pro e contro, perché il numero di quel mese era quasi in stampa. Con qualche perplessità della redazione, visto che la pubblicità trattava di creatina (molto discussa in quel periodo), fu dato il via. Qualche giorno dopo l'uscita del giornale, arrivò in redazione una e-mail piuttosto risentita. Chi scriveva sottolineava la caduta di stile di un giornale che faceva da sempre cultura sportiva, e che aveva accostato a un articolo sul volley giovanile la pubblicità di un prodotto come la creatina. Che poteva instillare nei pallavolisti più freschi l'idea della “scorciatoia” per il recupero, della via breve al risultato. La firma? Paolo Cozzi. «Ricordo, ricordo» dice il centrale milanese, nella sua casa a Modena. Un condominio dove vivono anche Richard Schuil e Max Di Franco. «Non avevo mai scritto a un giornale, ma quell'inserzione a fianco di un articolo sui ragazzini mi sembrò…».Non lo dice, l'educatissimo Paolo Cozzi. Ma il termine che ha in mente è “una bestemmia”. Già. Paolo è un ragazzo colto e spiritoso, oltre che uno dei giovani più forti messisi in luce nelle ultime stagioni. Eppure, dietro al suo sorriso permanente, albergano un'integrità morale e schemi mentali piuttosto rari per la sua generazione. Il rischio che si corre, ad intervistare il centrale modenese, è di darne un ritratto eccessivamente serioso; mentre in realtà chiacchierare con Cozzi è un piacere sottile. Bene. Visto che Paolo ha la risposta pronta, partiamo con la prima domanda. Perché, Paolo, a Milano è così difficile fare della pallavolo? «Visto come sono andate le cose pallavolistiche negli ultimi anni, di vivai è restato solo quello del Vittorio Veneto, lo storico, da dove vengo io. Poi ancora qualche eredità dell'Asystel, che hanno spostato a Cinisello. Perché è difficile? Perché Milano è basata sul lavoro, sullo studio, sull'università; tanta gente gioca fino a 18 anni, poi una gran parte scegliev una strada all'interno di un tessuto urbano e sociale ben definito, per cui punta alla carriera, cerca il mondo del lavoro».
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