|
|
| crisanti1109 |
Angelo o demone? Estratto dell'intervista a Lucia Crisatni realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con numerose foto su Pallavolo Supervolley di novembre 2009 |
L e brave bambine vanno in paradiso, quelle cattive vanno ovunque… c’era scritto in un manifesto che è passato alla storia. E allora giù a volere essere tutte cattive. Ma devi esserci davvero portata. Devi sentirti cattiva sul serio. Perché se no, meglio essere una buona autentica, che qualche “cattiveria” poi si perdona volentieri… Avrà aureola e alette come negli scatti del nostro Fiorenzo Galbiati, Lucia Crisanti? Di sicuro ha una medaglia d’oro al collo, quella che in Polonia si è guadagnata con il sudore degli allenamenti, con il temperamento di chi sa stare al suo posto. E se anche quello è un talento, lei ce l’ha. Si chiama pazienza, quando vivi l’attesa in modo naturale. Si trasforma in tenacia, se l’attesa è una prova di forza contro l’istinto. Se la pazienza non ti assopisce e la tenacia non ti logora, di solito vieni premiato. E lei sul podio europeo c’era. Non si è mai tolta la tuta, potrebbe dire qualcuno. Verissimo, è stata a tutti gli effetti la quattordicesima. Ma se Martina Guiggi non si fosse infortunata ad una spalla, Lucia agli Europei non sarebbe andata. Però la storia non si fa con i se e racconta invece che ha diviso la camera con la Rondon. «Giulia parla di notte, ride. Lei dorme, si sveglia e urla. Per fortuna che poi io mi riaddormento subito. Mi dispiace solo che la mattina dopo non riesco a ricordarmi quello che dice e non glielo posso raccontare». Sprazzi di una manifestazione che Lucia Crisanti ha vissuto intensamente dall’inizio alla fine. Dalla telefonata di Barbolini al rientro in Italia. Sedersi in panchina e fare da spettatrice non è poi così diverso che vedere le partite dalla tribuna. La tua importanza la percepisci prima. «Ė stata un’esperienza inaspettata e sapevo benissimo che avrei ricoperto un ruolo marginale. Però in un gruppo forte come quello io c’ero. Farne parte è già una soddisfazione enorme, non credete? E poi lo ripeto, io sapevo benissimo qual era il mio compito e non mi pesava più di tanto. Le mie soddisfazioni erano altre. Quando eravamo in palestra a preparare la partita con la Germania, per esempio, è venuto Barbolini e mi ha detto: loro battono flot, mi servono le tue battute».Adesso, qualcuno storcerà il naso. Essere la “spara palloni” dell’Italia non è una soddisfazione. Ma quello che ti senti spesso dipende da come lo vivi. Lucia, racconta di momenti in cui si è davvero sentita parte integrante della squadra nella preparazione di una semifinale europea. Come darle torto. Se tutti i tecnici del mondo riservano molta importanza alla qualità dell’allenamento qualcosa vorrà pur dire. E il gruppo? Come lo hai vissuto? «Sono campionesse che si conoscono da anni. Leo (Lo Bianco, ndr) poi è veramente una persona meravigliosa. Se hai in mente un ideale di capitano, è lei. Io sono arrivata in punta di piedi e ho legato soprattutto con le mie coetanee: Ortolani, Bosetti, Merlo, Rondon. Con loro (le prime tre, ndr) ho vinto anche le Universiadi. Per me era la terza partecipazione ma non avevo mai ottenuto grandi risultati. Quest’anno invece me l’ero posto come obiettivo. Ma vincere in casa della Serbia non è stato facile». Parla della nazionale con naturalezza. È rispettosa certo, ma non è una novellina. «Ormai fa parte di me. È da quando ho 15 anni che grazie a Dio indosso quella maglietta. Non voglio dire che sia una routine, però alla fine del campionato è naturale andare in nazionale». |
|
|
|
 |