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CROCEVIA
Anteprima dell'intervista a Paola Croce realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con numerose foto su Pallavolo Supervolley di giugno 2008

L’appuntamento è a Cinecittà. Davanti alla fermata della metro. Lì c’è un bar con dei tavolini. Entriamo. Un amico la riconosce e le viene incontro. Erano anni che non si vedevano. Poi lei volge lo sguardo. Il bar è molto più carino di come se lo ricordava. «Alla fine ce l’hai fatta a sfondare… ti ho visto in tv». La tv, italico tornaconto di popolarità. La conversazione è sincera, breve ma significativa. Perché per la maggior parte di voi che state leggendo, Cinecittà sta a Roma e ci girano i film. Mentre per lei Cinecittà è casa. Il fruttivendolo all’angolo ha cambiato l’insegna e la tavola calda ora serve aperitivi. Ma lei conosce quello di cui stiamo parlando. E in fondo anche voi, nonostante ignoriate il nome esatto della fermata. L’appartenenza, a qualcosa. Guai a non sentirla. Paola appartiene a queste strade. Per cui forse è solo Paola, ma la cosa non le dispiace affatto. La protagonista del nostro “cortometraggio” è Paola Croce e vi abbiamo già raccontato un pezzetto della sua vita. Non sottovalutate il contorno, spesso fa la differenza. Con lei è qualcosa di più di un contorno. «Non c’è niente che possa equivalere a Roma. E tutti qui sanno a cosa mi riferisco. Ogni volta che torno mi accorgo che cresce, cresce sempre di più. Anche questo bar, per dire. Sono sette anni che vivo lontano e mi manca tutto, anche il caos, il traffico di Roma. Sì, mi manca il traffico. Il rumore. E poi mi manca il sole e poter facilmente arrivare al mare… non è che sembro patetica, no? Perché poi io sono stata benissimo sia a Perugia che a Bergamo, città stupende dove ho conosciuto amici veri. Però se qualcuno mi dà il “la” mi si illumina il viso». Le si è illuminato. Ore 17:30 L’appuntamento è nel suo quartiere, dicevamo, e lei si presenta con una borsa a bauletto con l’immagine della Nutella, regalo della Ferrero alle ragazze azzurre. Già, perché se a qualcuno di voi fosse sfuggito, la chiacchierata mensile è con una delle campionesse d’Europa che alla fine di maggio si sono ritrovate a Courmayeur per preparare la lunga estate che porta alle Olimpiadi di Pechino. E Paola fa parte della lista. Non quella definitiva, non quella che ha già la maglietta stampata, a patto che nello sport ci sia qualcosa di definitivo, ma da quando Massimo Barbolini è arrivato a guidare l’Italia, il nome di Paola Croce  è tornato a colorarsi d’azzurro. Due liberi (anche se non a referto perché lei figurava come schiacciatrice) in una competizione importante come l’Europeo non si erano mai visti. Ma il successo dell’Italvolley passa anche da scelte così. «È stata la mia prima competizione ufficiale, una grande conquista, un’emozione fortissima». E visto che è ancora lì… aspetta di vedere che succede. «Io lavoro perché i miei sogni si possano avverare, però non mi creo aspettative». Deciderà Barbolini, un tecnico per lei importantissimo. Ma fate attenzione. Molto prima che diventasse Ct e prima ancora dei lunghi successi con Perugia. «La mia fortuna è stata avere Massimo come primo allenatore. È stato lui ad insegnarmi come stare in campo. Non dopo che altri mi avevano impostato, ma subito. All’inizio sembra serio, ma non si tira mai indietro se deve farti un sorriso. Perché a volte più di un consiglio tecnico ti serve una conferma e lui sa sempre come dartela. È un grande tecnico con forti doti umane. Quando ho scelto di lasciare Perugia per andare a Bergamo l’ho comunicato prima a lui che alla società. È stato molto felice e ci siamo salutati con un arrivederci. “Non si sa mai che ci rincontriamo”, mi disse. Il mio ritorno in nazionale è stato un cerchio che si è chiuso. Ma non l’ho mai dato per scontato, anzi».

 

 

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