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 dalligna0407

                             Easy Stefy
 

 Anteprima dell'intervista a Stefania Dall'Igna realizzata da Isabella Mignani
 
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di aprile 2007

 
 Ritornate con la memoria al Mondiale 2006. Pensate alla nazionale femminile ed alle 12 che sul campo hanno difeso il titolo iridato conquistato nel 2002. Tra queste troverete anche la protagonista del nostro articolo: Stefania Dall’Igna. Ve la faremo conoscere senza ricorrere alla poesia, a tratti di penna che ritraggono il lato onirico di ognuno di noi, perchè la palleggiatrice della Minetti Infoplus Vicenza ci ha chiesto di non essere poetici e di raccontare quel pezzo di vita che ci ha consegnato così come è. Stefania non è un personaggio facile: è schiva, riservata. Non ama le interviste, ma fanno parte del suo lavoro e le accetta, magari fuggendo con lo sguardo oltre la finestra o rifugiandosi nei fondi del suo caffè. Stefania Dall’Igna sale alla ribalta della pallavolo femminile nello scorso campionato, il primo in cui è stata iscritta come palleggiatrice nel roster della serie A1 della Minetti Infoplus Vicenza. È uno dei talenti messi in mostra nel campionato di serie B della società veneta, un altro di quelli visto sui campi ed importato a Vicenza per seguirlo e farlo crescere, dandogli la possibilità concreta di molti minuti di gioco. È con quel primo anno in serie A (stagione 2005-06) che Stefania confeziona il passaporto che le aprirà le porte del Giappone vestita d’azzurro. Solo che nessuno poteva immaginarlo e forse neanche lei. «All’inizio dello scorso anno, dopo tanti anni in cui ero la prima palleggiatrice in serie B e affrontavo una stagione da seconda, Manuela Benelli mi ha subito inserito nella squadra, vuoi perché Magda Sliwa era impegnata con gli Europei, mi ha detto che avrei dovuto aspettare, ma che dovevo sentirmi parte di questa squadra perché avrebbe avuto bisogno anche di me». Parole profetiche e che trovano realizzazione nel colpo di teatro che la stagione scorsa riserva. Magdalena Sliwa non riesce a trovare il giusto feeling con la squadra, fatica ad entrare in sintonia con la squadra e con la stella in attacco che viene dal Giappone, ovvero Miyuki Takahashi. Il team non gira ed allora Manuela Benelli lancia Stefania Dall’Igna, dandole fiducia, quella che in grandi quantità fa dimenticare l’emozione. «È stato l’innesco di un processo, di quelli a cui spesso assistiamo e che non sappiamo spiegare. Io non so come si arrivi dalla prima esperienza in A1 ad un Mondiale, ancora oggi non trovo dei momenti particolarmente importanti che hanno cambiato il corso delle cose. So che può sembrare strano ma è così. Il mio primo match di serie A è stato ovviamente emozionante, ma basta abituarsi ai ritmi, alti sia in partita che in allenamento, e poi tutto svanisce. Giocare palla su palla aiuta molto». Stefania minimizza e semplifica, ma tra debuttare in A1 e diventare la migliore alternativa azzurra a Leo Lo Bianco ce ne passa e il lavoro non deve essere stato poco. La crescita richiesta in questi casi ad un giovane è duplice. Non basta crescere tecnicamente, reggere i ritmi di una partita, ma soprattutto si chiede un cambio di mentalità. «Devi diventare una professionista ed è una mentalità che io non avevo fino a metà dello scorso anno. Prima la pallavolo continuava ad essere un divertimento, poi è diventato un lavoro, in cui mi sono impegnata tanto fuori e dentro la palestra.Non esiste la ghigliottina dopo una sconfitta, così come una vittoria non deve esaltare. Ogni atleta vive a suo modo il concetto di vittoria e sconfitta. Da questo punto di vista io sono fredda e distaccata. Quando entrai lo scorso anno non mi sono mai fermata a pensare agli obiettivi societari, a vincere per andare ai play off o per salvarmi. Il mio impegno si fermava a quella partita e a quell’istante e questo modo non mi sono caricata di pressioni o di responsabilità. So che per noi e per i nostri obiettivi ci sono partite più importanti, che sono da vincere perché rappresentano degli scontri diretti, ma non mi hanno mai particolarmente agitato. Questo modo di interpretare la pallavolo è una cosa che hai dentro. Così come la tranquillità che trasmetto alle mie compagne. In realtà mi capita di essere in panico, di non sapere cosa fare, come uscire da una situazione in cui la mia squadra sta precipitando, ma sono una sfinge, tutto questo non trapela. L’ultima volta che sono andata in panico è stata nella partita di ritorno con la Scavolini Pesaro, non sapevo cosa fare. Non riusciva niente di quello provato in partita, loro difendevano, muravano. I punti passavano e noi non avevamo potere di cambiare le cose. Ora, però, mi succede molto meno, così come sempre meno spesso mi giro verso Manuela per chiedere a chi devo alzare».

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