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Sali le scale e vedi la prima, metti il naso in casa e appare la seconda. Uguali? Beh di sicuro non pensi siano cugine. Ma complementari è la parola giusta. Questa volta siamo andati ad Imola, 20 minuti di treno da Bologna e lì, in un appartamento del centro abbiamo fatto la conoscenza di Monica De Gennaro e di sua sorella gemella, Maria. La protagonista della nostra intervista è la prima, Moky, il libero della neonata Minetti Infoplus Imola, società che in Emilia si è solo trasferita ma a Vicenza ha ancora una grossa fetta del suo imtpegno, il settore giovanile. Tutta la serie A però ha fatto le valigie, riempito gli scatoloni e cambiato casa. Monica li ha ammucchiati nell’ingresso. E siamo sicuri che se fosse per lei starebbero lì ancora per molto, ma abita con Maria (palleggiatrice a Ozzano dell’Emilia, in B2), che almeno nelle faccende domestiche è il suo contrario. «Lei fa tutto, è una precisina. Io invece sono più per rimandare…». Benvenuti in casa De Gennaro. Ad onor del vero e a discapito della nostra protagonista c’è da dire che, all’epoca dei fatti, ad Imola erano appena arrivate. L’appartamento è tutto raccolto tra una camera matrimoniale ed un terrazzino incantevole che affaccia sui tetti della città. In mezzo la cucina è abbastanza spaziosa. Perfetto per due amiche come loro: vent’anni e una vita davanti. Il viaggio alla scoperta di questo talento della pallavolo avrà i tratti di un’età che non conosce la monotonia e vive alla giornata. Accompagnata da un sentimento passionale per ogni cosa. Tutto a vent’anni ha un altro sapore. Forse proprio perché non era così ieri e non sarà uguale domani. Tutto tranne uno. L’amore per le sorelle, il bisogno della loro vicinanza e della loro complicità. Non solo di Maria, ma anche della sorella maggiore, Giusy. Quattro anni in più e una laurea in psicologia alle porte. «Poteva scegliere se studiare a Napoli o a Padova. Ha scelto Padova perché con quindici minuti di treno arrivava da me a Vicenza». E quell’amore fa parte di lei, come i capelli ricci ricci e la pelle naturalmente abbronzata. Come la città da dove viene (S. Agnello, vicino Sorrento) e lo sguardo degli occhi. Magari l’accento si è ammorbidito, ma quell’attaccamento ci ha colpito. Tre sorelle, femmine, che si cercano. «Non posso fare a meno di nessuna delle due. Sono le mie sorelle e le mie migliori amiche. Maria, in più, è la mia metà». Non avremmo potuto raccontare Monica senza aver parlato prima di loro.Rewind. Siamo nel 2002. Coviello, il presidente della Minetti Infoplus Vicenza, affida a Giuseppe Nica il settore giovanile del suo club e l’allenatore, che a Sorrento aveva una discreta squadretta di ragazze, decide di portarne due con sé. Una è Monica ed ha poco più di quattordici anni. A quell’età guidi a mala pena il motorino, se ce l’hai. Ma se sei alta 1.73, giochi schiacciatrice nella squadra della tua città e sei pure bravina, a detta di molti, ti senti la giocatrice più forte al mondo. Non fai la valigia, vai a vivere dall’altra parte dell’Italia e cambi ruolo. Se sei una ragazzina convenzionale non lasci la tua campana di vetro. O almeno tentenni. Monica De Gennaro no. Forse non era convenzionale. «Ero irrequieta». Si ferma lì e noi non indaghiamo, in fondo non sono ricordi poi così lontani e non vogliamo essere invadenti, noi raccontiamo una storia e siamo solo all’inizio. Però resta il fatto che una non va a vivere a 750 chilometri da casa solo perché il mondo, a quell’età, lo vorresti spaccare. La pallavolo, quella deve essere stata più forte di tutto. Più forte della nostalgia, che a 14 anni senti pungere anche se sei irrequieta. Lei annuisce. «Il primo anno è stato tragico. Sono cambiata da così a così (fa proprio il gesto con la mano, ndr) anche perché non ce n’erano molte della mia età. Dall’Igna, per dire, a quasi quattro anni più di me. Però mi sono sempre detta: se sto male tra due o tre mesi torno indietro». Ma nonostante tutto è rimasta lì. «Durante la settimana c’erano la scuola e gli allenamenti, il sabato e la domenica giocavamo e poi andavamo a vedere la serie A. È un’altra realtà, un’altra organizzazione rispetto a dove venivo io e anche se era dura non mollavo. Ma quanto mi mancavano mia sorella, i miei genitori ed il mare. L’anno dopo però Maria è salita a Vicenza e sono tornata ad avere un punto di riferimento, a fare tutto con lei». |