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Antonella Del Core e la maglietta numero15, tinta di azzurro, questo mondiale se lo sono visto da casa. Massimo Barbolini poco prima di partire per il Giappone aveva preso la sua decisione: Antonella rimane a casa. Certo, non sarà stato facile da digerire, non sarà stato facile rimanere seduta sul divano di casa ad incitare le compagne e di certo, trovare i motivi che hanno portano ad un quarto posto mondiale, non è cosa semplice.
«Il Mondiale del 2002 e quello del 2006 sono su due livelli differenti, credo che la nazionale abbia fatto quello che poteva. Venivamo da un’estate turbolenta in cui sono scoppiati tutti i problemi che ci portavamo dietro. […] La Russia è migliorata tantissimo rispetto a quella incontrata negli Europei, giocava una pallavolo di un altro livello e la sconfitta, seppur pesante, ci stava. La partita che mi ha rattristato di più è stata la finale per il bronzo, da fuori le ragazze sembravano non avere entusiasmo ed è stato un peccato, perché giocare così non rispettava la fatica che abbiamo fatto per preparare questo appuntamento. Un bronzo mondiale vale anche dopo aver vinto l’oro o gli Europei o una medaglia olimpica. Non si può non avere voglia di giocare e infatti escludo a priori la tesi per la quale per alcune di noi quel bronzo non fosse importante. Anche chi lo fa solo per mestiere ha voglia di giocare, di vincere».
Delusione smaltita a quanto pare, facile quando non si gioca, ma quando hai l’ultima palla da mettere a terra e non va come volevi diventa tutto più complicato, specie se quella palla vale una finale europea, lì sono le lacrime a far posto alle parole, non vuoi pensare a nulla se non all’ultimo frangente, quello che ti ha separato dall’oro continentale.
«Non riuscivo a contenermi, quell’ultima palla mi tornava sempre in mente. È stata una mazzata perché, a differenza della semifinale mondiale, a Zagabria avevamo la reale possibilità di vincere l’oro. Eravamo andati in Croazia con questo preciso obiettivo e davanti alla Polonia, che ha giocato una buona gara ma non eccezionale, non abbiamo saputo fare nulla di quanto era nelle nostre possibilità. Eravamo lì che aspettavamo che qualcosa succedesse, invece dovevamo noi far succedere qualcosa. Credo che abbiamo pagato caramente questo atteggiamento attendista. […]Ci ho messo tanto a smaltire quella delusione, me la sono riportata anche in campionato. È normale che sia così e le squadre impegnate nel campionato dovranno affrontare anche questo […]».
Già, il campionato. A differenza di quello maschile, le donne hanno atteso che terminasse il campionato mondiale. Dopo cinque anni passati a Pesaro, Antonella quest’estate è andata a Perugia, città dedita allo sport e soprattutto al volley, dove l’obiettivo della stagione, sarà riconquistare il tricolore e cito testualmente le parole dell’autrice dell’intervista – Isabella Magnani – «…Per Antonella sarebbe il secondo titolo italiano. Il primo risale al 2000 ed Antonella lo ha conquistato, in coppia con Caterina De Marinis, nel c ampionato di beach volley. «Se ho vinto quella canotta tricolore è tutto merito di Demar (Caterina De Marinis, ndr) ed Ettore Marcovecchio, senza di loro forse non sarebbe neanche iniziata quell’avventura. Abbiamo vinto e se Caterina avesse avuto la mia età, chissà, avremmo potuto provare a giocare a beach più seriamente […]».
Già, chi lo sa purtroppo un infortunio nell’estate del 2003 – quella pre olimpica – ha diciamo “aiutato” la Del Core ha prendere una decisione e quella è stata: solo indoor. Le decisione nella vita di un giocatore sono molte, ti portano a vivere lontano da casa già molto giovane, si viene privati della quotidianità degli affetti anche di quelli del tuo compagno Francesco.
«Sono un po’ lontana da tutti. Mia madre vive a Napoli, mio padre e mio fratello in Grecia, a Corfu, un’altra mia sorella in Calabria. Riuscire a metterli tutti insieme è sempre più complicato, in più la mia vita da pallavolista non aiuta molto. Hanno creduto in me e continuano a farlo, sono informatissimi su ogni cosa che faccio, il calendario delle mie partite, i risultati. Credo che adesso siano anche orgogliosi di me, hanno visto il mio impegno, la mia voglia e mi hanno sempre lasciato fare, pur essendo pronti ad intervenire se qualcosa andava storto. Sentire la loro vicinanza mi ha dato spinta e forza in questa carriera».
Quella spinta che non manca e che la porta a guardare verso Pechino 2008, c’è una maglia numero 15 che spera di essere indossata. |