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DORE DELLA LUNGA
Estratto dell'intervista realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di marzo 2010
 

Gibran scriveva che per arrivare all’alba non c’è altra via che la notte. La notte buia e tempestosa è il prezzo che dobbiamo pagare nell’attesa del sole. Della vita, della luce che dipana le nostre paure i nostri dubbi. A tutti noi è capitato di passare una notte così. Immersi in quel nero impenetrabile abbiamo ingaggiato un duello con le nostre debolezze, una sfida che ha dilatato i confini della notte. Siamo stati immobili, abbiamo schivato qualche colpo, qualche
altro ne abbiamo dato. Abbiamo atteso. Reagito. Ceduto all’irrazionalità. Abbiamo urlato, pianto, fatto correre il pensiero lontano. Abbiamo fatti i conti con le nostre ombre immense e minacciose. Abbiamo pregato che le stelle tramontassero, che la loro luce svanisse al cospetto di quella del giorno, talmente forte da portarsi via i nostri incubi, le nostre ombre. Tutti noi abbiamo avuto una notte così. Quella di Dore Della Lunga risale all’estate del 2002.
Lo schiacciatore della Marmi Lanza Verona all’epoca era uno dei più bei talenti costruiti in quella fucina pallavolistica che era Falconara. I titoli giovanili vinti con la squadra marchigiana, le sue apparizioni in Serie A2 lo avevano inserito di diritto e per merito nell
a lista degli azzurrini che in quei mesi si sarebbero preparati agli Europei Juniores. Cosa c’è di tenebroso nell’essere convocato in nazionale? Assolutamente nulla. L’azzurro di quella maglia è il colore più luminoso che si possa indossare, ma impone anche grandi rinunce. Come quella di non vivere l’adolescenza spensierata e leggera dei tuoi amici che non sono alle prese con un impegno così grande. Rinunce come quella di finire le lezioni o gli esami di maturità alle due del pomeriggio ed alle tre essere già in macchina per raggiungere il collegiale. Rinunce come quella di non passare l’estate a cazzeggiare con gli amici, in sella al proprio motorino con un’unica direzione nella manopola dell’acceleratore: la spiaggia. Rinunce come quella di non lasciarsi coccolare dalla fidanzata. Rinunce che, alla luce del sole, e con un po’ di maturità in più sulle spalle, appaiono sopportabili, affrontabili, ma che a 18 anni si sono stagliate come ombre maligne su Dore in una notte buia, scenario ideale per un conflitto dell’anima.
«Ricordo che il giorno dopo sarei dovuto partire per un collegiale ad Ariano Irpino e che avevo controllato dove e cosa ci fosse. Poco più del campo di allenamento e dell’albergo. Quello che stavo lasciando mi sembrava così importante e così grande che mi metteva in difficoltà. Mi sentivo ad un bivio e così, dopo aver riaccompagnato la mia fidanzata dell’epoca a casa, andai al mare di notte. Su quel pontile mi sono chiesto molte volte cosa fosse più giusto per me, se coltivare le mie amicizie o vivere quell’opportunità. Adesso anche solo l’esistenza del dubbio sembra sciocca, ma quella notte non lo era. Non ero ancora sicuro di volere diventare un pallavolista professionista, le mie ambizioni non erano incentrate sulla pallavolo, uno sport in cui riuscivo bene ma che era entrato nella mia vita perché era inevitabile. Falconara era una culla della pallavolo e Papi era la punta di diamante di un movimento vastissimo. Tutti giocavano a volley, alcuni perché erano stati colpiti dalle partite della Serie A, altri perché erano stati spinti da genitori ex giocatori. Io avevo iniziato a giocare perché era lo sport che mi permetteva di stare con i miei amici. Così, dopo aver praticato nuoto, calcio e judo andai in palestra a 11 anni. Nel gruppo  del minivolley c’era gente che faceva già i primi tempi, ma per me non è stato lo stesso, io attaccavo in palleggio nei raggruppamenti provinciali e regionali. Giocavamo moltissimo anche al di fuori delle ore di allenamento: in spiaggia, in oratorio dove il cancello diventava la nostra rete. È lì che la pallavolo è diventata normale, parte integrante della mia vita, ma ancora giocavo per stare con i miei amici.»

 

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