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Angelo senza paradiso
 

 Anteprima dell'intervista ad Angel Dennis realizzata da Eleonora Cozzari
 
Il testo integrale con gli scatti di Maurizio Spalvieri su Pallavolo Supervolley di marzo 2007

 
 Mettetevi comodi e abbandonate il mondo per dieci minuti. E per “mondo” intendiamo quella parte di vita che avete vissuto fino ad ora. Se non potete farlo, tornate più tardi. Questa è una storia che ha bisogno del vostro momento più intimo e della voglia più leggera di semplice curiosità, del vostro occhio malizioso e della più totale assenza di giudizio. Questa è una storia che ha bisogno del vostro rispetto e della vostra attenzione. Perché sa ancora dell’inchiostro dei quotidiani, nonostante siano passati più di cinque anni, provoca un brivido lungo la schiena, come in quella fredda mattina di dicembre, e ha il colore nero degli occhi di chi ce la racconta. Un Angelo. Cubano. E se ora non morite dalla voglia di andare avanti, allora… «Ho fatto tutto da solo. I miei compagni non ne sapevano niente. A Cuba cresci con la mentalità che tutti devono avere le stesse cose e i problemi arrivano anche se tu hai una maglietta in più di un altro». Figuriamoci un segreto così: il progetto di una fuga. Lui è Angel Dennis e noi non siamo a Macerata, nel pieno di una stagione incomprensibile dopo la vittoria dello scudetto. Siamo nel 2001, nell’isola caraibica più discussa della storia, ed è luglio. La nazionale cubana arriva alle classiche competizioni estive (World League, Coppa America) dopo sette mesi di duro allenamento, mattina e pomeriggio, solo allenamento. Perché? Perché l’estate prima, alle Olimpiadi di Sidney, Cuba non solo non aveva sfiorato nessuna medaglia (con i ragazzi perché le donne le Olimpiadi le avevano vinte), ma si era piazzata addirittura settima. Un affronto per i dirigenti di volley cubano, dove una medaglia ha prima un valore politico e poi sportivo, dove una schiacciata è propaganda e affermazione di un’ideologia. Così decidono bene di punire il brutto risultato bloccando i transfert dei giocatori per l’Italia e facendoli allenare ad un ritmo altissimo. Se alla popolazione non è permesso viaggiare liberamente, allora non sarà concesso nemmeno a loro, cittadini privilegiati. E sale la rabbia. In più va spiegato che il “nostro uomo” a Sydney aveva trovato l’amore… Lei è Simona Rinieri, l’azzurra che ancora doveva conoscere gioie e dolori dell’era Bonitta, ma che nella nostra penisola non
 era proprio una sconosciuta. Insomma i due, finita la manifestazione, si erano dati appuntamento in Italia. «Già, perché io avevo un contratto firmato con Taranto e a Simona avevo detto, vado a casa una settimana e poi torno, ma i dirigenti erano proprio incazzati neri…». Beh, se uno dovesse fare dell’ironia sarebbe come quella vecchia barzelletta “Cara, esco a prendere le sigarette” e poi chi si è visto si è visto. Solo che più che darsi alla “macchia” Angel e i suoi compagni si sono ritrovati chiusi in una palestra, intrappolati in un’isola da sogno che si era trasformata in un inferno. Ma torniamo a noi, è luglio e finalmente i due si rivedono. Un anno ragazzi, un anno per due innamorati è un’eternità. Ma non vi stiamo raccontando una storia d’amore, quello l’abbiamo già fatto proprio su queste pagine, noi vi stiamo raccontando una fuga, che ha anche a che fare con l’amore, ma prima è dolore e abbandono, è mancanza e nostalgia. «Simona è riuscita a venire a Cuba solo l’estate successiva ed appena l’hanno vista si sono subito allarmati». Ma è proprio lì che il progetto della fuga si fa reale. «È in quel periodo che ci si siamo organizzati e abbiamo pensato come fare. Solamente che fino a dicembre niente Europa. Con la nazionale andavamo dappertutto: Brasile, Giappone, Argentina ma solo a dicembre ho messo piede nel vostro continente». Ed eccolo il punto di non ritorno. Cuba va in Belgio a disputare un torneo e per Dennis quello è il momento giusto. Il 26 dicembre gioca la prima partita, la sera va regolarmente a dormire. «Il giorno successivo, alle 3 del pomeriggio avremmo avuto la seconda ma io non l’avrei giocata. Sarei scappato la mattina. E dopo lo stretching, mentre i miei compagni andavano a fare colazione, ho detto di non sentirmi bene, che avevo mal di pancia e mi hanno lasciato tornare in camera. Invece un amico spagnolo ha messo la mia roba nella sua borsa e dopo poco ero di nuovo giù. Sono passato davanti ai ragazzi che mangiavano e mi sono venuti i brividi, li ho guardati per pochi secondi e poi sono uscito dall’albergo. Cinquanta metri dopo c’era un benzinaio e lì mi aspettava un ragazzo. Io non l’avevo mai visto e per farsi riconoscere si era messo in testa uno di quei cappelli di lana lunghi con il pon pon in fondo. Un altro, dentro la macchina, filmava tutto. Diceva che quelle immagini dovevano rimanere per il futuro. Ma bisognava fare in fretta. Alle 11 la squadra avrebbe avuto la riunione video e io dovevo uscire dal Belgio prima di quell’ora. A quel punto si sarebbero accorti e allora correvamo come matti, dovevamo passare il confine e arrivare in Francia. E nell’evenienza che ci avessero fermato avevamo preparato un nascondiglio. Ma non è servito. Passato il confine abbiamo fatto colazione, ero tranquillo e risaliti in macchina hanno guidato fino ad Omegna, vicino a Milano. Quella notte sono rimasto da loro». Se la state leggendo tutta d’un fiato, questa storia, fate un altro bel respiro e via. Dennis era scappato e mentre lui viaggiava verso l’Italia, nell’albergo di Anversa scoppiava il caos. Solo pochissimi mesi fa (sempre in questa rivista) dalle parole di Marshall abbiamo letto come passarono quelle ore di inquietante incertezza. Angel aveva il sorriso di una donna che lo aspettava, loro no, quei cinque ragazzi che solo due giorni dopo spiccarono lo stesso volo, avevano storie diverse, diverse le paure e le rinunce. Ma la stessa determinazione. Cambiare la loro vita.
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