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La ragazza con la  valigia
 

 Anteprima dell'intervista a Erika Coimbra realizzata da Isabella Mignani
 
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati  su Pallavolo Supervolley di luglio/agosto 2007

Quasi 12 mesi fa nella sua casa nel Sud del Brasile una donna stava preparando le valigie per un lungo viaggio. I trolley over size per la traversata oceanica erano aperti in corridoio, riempiti a metà. I vestiti si sovrapponevano l’uno sull’altro, le scarpe da ginnastica, gli indumenti per l’allenamento. Un puzzle di stoffe per vivere un anno in Italia, un anno di lavoro, un anno di pallavolo in quello che è (o era) il più bel campionato del mondo. In quella valigia c’era un posto vuoto, per una maglia verdeoro da conquistare mettendosi alla prova con il body di Chieri. Così dentro quella valigia non poteva mancare l’ambizione. E la voglia di fare bene era un po’ ovunque, sparsa tra una ginocchiera e la maglietta. La stella della pallavolo che quasi 12 mesi fa preparava valigie era Erika, quando abbiamo realizzato questa intervista era nel suo appartamento alle porte del centro di Chieri, in una tranquilla palazzina. In casa c’era Tabita, una cagnolina di pochi mesi, che seguiva tutta eccitata gli spostamenti della  schiacciatrice brasiliana che stava ricomponendo tutto il proprio set di valigie. Il posto vuoto era sparito. La maglia della nazionale c’era perché qui in Italia Erika ha fatto benissimo, ha fatto vedere che le credenziali con cui è arrivata nel nostro campionato erano tutte vere. «Il mio spazio ed il mio posto in nazionale c’erano ma dopo 8 anni di vita sospesa tra il club e i ritiri estivi, ho deciso di prendermi un po’ di tempo per far riposare il mio fisico e perché mentalmente ero scarica, poi quando sono rientrata non ero pronta per i Mondiali e Zè Roberto (Ct della Scavolini Pesaro 2006-07 e selezionatore verdeoro, ndr) ha fatto altre scelte tecniche. Quel tipo di vita mi è mancato, come mi è mancato non rappresentare il mio paese, non indossare i colori della mia nazionale e voglio fortissimamente rientrare nelle 12. I miei obiettivi sono i Panamericani e poi le Olimpiadi di Pechino». Il tutto passando per Chieri e per la formazione di Giovanni Guidetti. «Dicono che il primo anno in Italia – continua Erika – sia il più difficile, quello in cui senti di più la nostalgia, di più il freddo, di più il cambiamento di mentalità e cultura. Qui è stato tutto tranquillo, invece. Perfetto. Da novembre è arrivato in Italia anche mio marito, che nei primi tempi mi è mancato moltissimo perché eravamo sposati da due mesi, e da allora ho pensato solo ad allenarmi al massimo. L’ho trattenuto con la forza, ma non potevo più stare lontana da lui. In Italia ho ritrovato il piacere di giocare, di mettermi alla prova. Nel mio paese tutti sanno chi sono, come gioco. Il campionato lo conosco molto bene. Qui l’impatto è stato fortissimo. È davvero una stagione in cui tutte le partite sono finali, in cui devi giocare con grinta e forza». Erika in Italia non le ha fatto mancare nessuna emozione. La BigMat Sanpaolo, infatti, nonostante nomi e ambizioni non riusciva a decollare. Guidetti continuava a far lavorare duro in palestra, ma durante le partite, anche con i big team, mancava sia l’ordine che il gioco. Chieri ha subito qualche infortunio di troppo e nel disegno originario mancava un vero opposto di palla pesante. «Nei primi mesi di campionato tutto l’attacco dipendeva da me, arrivavo a schiacciare 45/50 palloni a partita, un’infinità per un posto 4, però non mi sono persa d’animo neanche quando arrivavano le sconfitte. In allenamento lavoravamo bene, forte e c’era comunque un atteggiamento positivo. La nostra crescita era giornaliera, man mano che aumentava la confidenza tra noi, la qualità del gioco migliorava». Erika è stata l’ultima ad arrendersi anche durante i play off. Chieri dopo lo spaventoso avvio, con tanto di permanenza nelle zone rosse della classifica, ha cambiato marcia nel girone di ritorno, accelerando ancora di più con l’arrivo di Natalya Mammadova, tanto da agguantare i play off e sfidare la Scavolini Pesaro. «I miei primi play off italiani sono stati una sfida molto intensa ed equilibrata, con molti set finiti ai vantaggi ed è per questo che non ho mai smesso di crederci perché vedevo che la miglior giocatrice di Pesaro, la palleggiatrice Berg, non stava giocando come sa fare. Abbiamo lottato, ma loro erano obiettivamente più forti. Alla fine abbiamo dato tutto: Natalya alla fine dell’incontro era esausta, piangeva dalla stanchezza, era finita».

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