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Con il nastro rosso
Estratto dell'intervista a Mikko Esko realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di dicembre 2009

 

Mikko Esko è il finlandese più in voga del momento. Non ce ne voglia quell’altro, quello vestito tutto di rosso e con la barba bianca che si appresta a vivere un mese di fuoco. Gli lasciamo le migliaia di letterine tra cui c’è anche la nostra, la slitta da revisionare, le renne da accudire, la casa in Lapponia e tutti i suoi piccoli aiutanti. Mikko Esko è il più in voga per noi perché è un pallavolista, con più precisione è l’alzatore che sta rivitalizzando Modena ed il Palapanini dopo stagioni al cloroformio in cui l’alta classifica era solo un miraggio. Se oggi non è più così lo si deve al grande coraggio avuto dalla Trenkwalder, in estate, quando si è ripulito il campo da ogni errore e con l’esperienza di Bruno Da Re i è deciso di proiettarsi nel futuro, spezzando le catene dei ricordi del passato, da troppo tempo diventati velenosi e ingabbianti. A Modena è arrivato il momento di scrivere una nuova storia e a Mikko Esko è affidato il compito di ordire trame in campo, di annodare proprio come fossero dei fili le caratteristiche dei singoli giocatori e dar loro unità, gioco, identità. Un compito che il finlandese ha accettato al volo non appena conosciute le intenzioni dell’Acqua Paradiso Gabeca di ridimensionare il budget. «Modena mi ha trovato entusiasta – spiega il personaggio di questo mese – non ci hanno messo molto a convincermi. Conosco questa piazza sin da quando giocavo in Finlandia, è una di quelle realtà la cui tradizione è talmente profonda e antica da varcare i confini nazionali. Sono pochi i club che possono vantare una notorietà anche all’estero. In Italia forse c’è solo Treviso. Quando ho firmato c’erano ancora tanti nomi al vaglio dei dirigenti, la squadra non era ancora stata allestita, ma c’erano delle buone idee, delle valide alternative e due sicurezze molto importanti. La prima era rappresentata dalla guida tecnica: Silvano Prandi aveva già firmato. La seconda che Angel Dennis sarebbe stato il nostro opposto. In estate mi sembrava il giocatore perfetto. Sapevo che per trovare l’intesa mi sarei potuto basare sul lavoro fatto lo scorso anno con Gavotto, il mio primo opposto mancino. Solo in palestra ho scoperto che con Angel posso usare una palla ancora più spinta, ancora più rapida. È veramente molto forte. In più c’è un’altra condizione che mi rende sereno: io e Saara (Saara Loikkanen in Esko, giocatrice della LIU•JO Carpi) possiamo vivere insieme e ciò regala più tranquillità anche quando sei in campo».
Fin qui tutto sta dando ragione a Mikko Esko. Le sue palle supersoniche dietro o le sue tese per Diaz, Meszaros o Casoli sono tra le cose più belle viste in questo girone di andata. Tanta velocità è un cortocircuito per gli avversari e strappa sempre un sorriso quando si pensa che in finlandese il termine pallavolo si traduce con la parola “lentopallo”. Di lento,però, in Esko non c’è assolutam
ente nulla. Né il pensiero con cui decide quale palla dare e a chi, né le sue alzate. I campanili non gli appartengono, li lascia ad altri. Da dove viene tutta questa velocità? È questione di gambe, tocco di palla, polsi o più semplicemente è un dono soprannaturale? Mikko non riesce a svelarci il suo segreto, ci guarda un po’ interdetto, come se dovesse spiegarci come si respira, poi abbozza una risposta. «Non è molto chiaro anche a me. Già in Finlandia ho iniziato a spingere le mie alzate. I tecnici mi hanno insegnato a palleggiare, mi hanno spiegato la differenza tra le diverse alzate, ma spingere così tanto, impostare questo tipo di gioco è stata una conseguenza a quello che succedeva quando giocavo. Alzare così dava semplicemente più efficacia al mio attacco, poi ho avuto la fortuna di avere dei compagni che con il valore hanno accresciuto le mie capacità. Più forti erano loro e più potevo spingere. Ci rincorriamo a vicenda. Tecnicamente, se non hai le gambe non puoi arrivare sotto i palloni e in questo caso non ci sono mani che tengano. Al pallone non puoi imprimere la traiettoria giusta, figuriamoci la velocità. Oltre alla gambe, poi, c’è la qualità del tocco, ci sono i polsi, le dita. È un insieme che non si può scindere».

 

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