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La collezionista

Anteprima dell'intervista a Valentina Fiorina realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di marzo 2007


C’è una saga che deve ancora essere scritta. I primi capitoli ci sono e sono più che promettenti. Lo scrittore ha saputo ben giocare tra suspense, colpi di scena, giornate di sole ed uggiose stagioni. Ha descritto una ragazza, il suo carattere schivo e forte. Difficile da intravedere perché nascosto dalla timidezza, dalla riservatezza, dalla voglia di vivere il suo mondo, di esserne protagonista senza per questo dover stare per forza con i riflettori accesi su di sé.Si parla di una ragazza, Valentina, che si appassiona alle storie, che le colleziona, le divora, che si lascia rapire dalle trame, gli intrecci, e che va fino in fondo, dritta per la sua strada fino alla fine della saga, fino al punto in cui il “the end” è definitivo, e non ci sono elementi in sospeso. Il parallelo tra le saghe tanto amate e la vita di atleta di Valentina Fiorin è immediato. Harry Potter, Il Signore degli Anelli e la new entry Rocky scandiscono nei primi episodi la propria evoluzione, nello stesso modo in cui il campionato italiano o le manifestazioni internazionali scandiscono quella di Valentina. Una ragazzina in palestra, una giovane promessa, una giocatrice che si conquista la serie A e la maglia della nazionale: sono questi i capitoli principali letti ed apprezzati, ma in tutti c’era qualcosa di poco definito. La fine coincide sempre con un incipit, sempre con un ritorno in palestra, con la paura di non farcela. «Intorno a me ci sono sempre state voci, lodi per come giocavo, per il fatto di essere una promessa della pallavolo, ma io me ne sono curata sempre poco. Anche adesso non ascolto troppo quello che si dice in giro su di me, così come do poco valore al fatto che gioco in serie A. Non è il mio traguardo, non sono arrivata, anzi la mia paura più grande è di non riuscire a mantenere la serie, il mio livello di gioco». Valentina Fiorin si è sempre sentita una come tante, una di quelle che sa che nel mondo dello sport il passato è spesso carico di aspettative, ma che l’unica dimensione temporale che conta è il presente. Quello che sei, quello che fai, la palla che attacchi, la ricezione che sbagli. Quando sei giovane però non è facile incollare i piedi per terra, quando i media incominciano a riporre in te la propria fiducia è facile pensare che il futuro sia un gioco da ragazzi. «Io ho sempre pensato a fare il mio, la mia concentrazione e determinazione è poggiata su una base familiare molto forte. Non mi hanno mai innalzato, mi hanno educato molto bene, con dei principi. Sono umile e lo sono sempre stata perché fa parte del mio carattere, perché è quello che imparavo in casa Fiorin. Serena Ortolani è una come me, non si fa toccare da nulla, in allenamento lavora sempre duro. Adesso che ha cambiato squadra più di prima. Ha fatto bene a cambiare, a Bergamo c’erano troppe giocatrici davanti, forti e con esperienza. Alla nostra età abbiamo bisogno di allenarci tanto. Io perderei delle ore a lavorare sulla tecnica, correggere l’errore. L’agonismo e il carattere vanno bene, devono esserci, ma la tecnica è la base soprattutto per noi donne che secondo me abbiamo gesti meno automatici rispetto ai nostri colleghi maschi. Ci mettiamo di più a memorizzare il gesto, a farlo diventare naturale. È per questo che in ogni allenamento io farei un po’ di tutti i fondamentali. Sono davvero poche le giocatrici che riescono a far tutto in maniera naturale, senza pensarci, senza il lavoro dietro. In questo con Giovanni Guidetti andiamo d’accordo. A lui piace molto lavorare sulla tecnica, in palestra ci starebbe tutto il giorno e io non mi tiro indietro, non scappo di fronte alla fatica». Guidetti-Fiorin a Chierì è un’accoppiata di quelle non occasionali. Il lavoro insieme inizia nel Club Italia, poi arriva la chiamata per Giovanni dagli States, ma quando torna e approda a Vicenza cerca Valentina, la quale risponde presente. Sarà così anche a Chieri nella stagione 2005-06. «Non so se ci cerchiamo, so di certo che c’è un rapporto di fiducia e che non scappiamo l’uno dall’altra. Ormai conosco bene le sue smorfie, le sue incazzature, soprattutto quando gli errori sono stupidi. All’inizio ci facevo caso, ora controllo tutto con la coda dell’occhio».
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