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ANDATA & RITORNO
 

 Anteprima dell'intervista a Mirka Francia  realizzata da Eleonora Cozzari
 
Il testo integrale con gli scatti di Oreste Testa su Pallavolo Supervolley di settembre 2007

Sul tavolo il libro dei Promessi sposi lasciato a metà, sulla parete l’istantanea dell’attimo in cui una carezza di Castro le sfiora il viso. Ricompensa d’onore per l’oro conquistato alle Olimpiadi di Sydney. Manzoni e Fidel, bizzarro accostamento non c’è che dire. Ma è proprio qui che sta il nostro personaggio, qui sospeso tra l’italico scrittore e il Leader Maximo. Metaforicamente, è ovvio. Ma tra chi si sbatte contro la vita e chi l’asseconda, tra chi guarda il mondo con occhi  di scoperta e chi con occhi di rivalsa, a volte basta solo posare lo sguardo in un’altra direzione. E lei un giorno ha guardato un po’ più in là. A Cuba, isola che affascina e intimorisce, nascono storie che si incrociano e poi si dividono, impregnate del medesimo amore per la pallavolo. E se a tanti questo amore ha imposto di tagliare le radici, a qualcun altro ha permesso di scegliere. A Mirka un giorno le è stato chiesto. E non è poco, da quelle parti. Ora vanno e vengono le sue radici. Non è scappata, lei. Non ha strappato niente, lei. E quando l’estate torna a dormire sotto il cielo stellato di Cuba e la luna è l’unica luce nella notte, guarda gli occhi di suo figlio e gli spiega perché. I cubani, la pallavolo e un viaggio per l’Italia. Altre volte l’abbiamo raccontato, pieno zeppo di dolore e nostalgia. Questo sarà diverso, perché diverso è il modo in cui è arrivato. Questo sarà uno dei pochi viaggi in cui il biglietto non è di sola andata. Non è facile trovare la casa di Mirka Francia. La nostra protagonista abita in campagna, su una collina alle porte di Perugia con vista su Assisi, insieme al marito (Alberto), al figlio (Daniel, detto Danito) e a due cani e un gatto (almeno quelli che hanno fatto la nostra conoscenza). Quando arriviamo ci mettiamo comodi sul salotto di casa. Alberto lavora nell’agriturismo che gestisce, Daniel non trova giusto che qualcun altro si impossessi della sua mamma e va a giocare nell’appartamento della nonna, qualche metro più giù ed i cani aspettano rispettosi in giardino. È decisamente il nostro momento. È appena tornata da un viaggio a Parigi con tutta la famiglia e quando andiamo a trovarla sono gli ultimi giorni di riposo prima del rientro in palestra. Il primo a Perugia senza Massimo Barbolini. «Massimo - comincia a raccontare Mirka - aveva catturato la nostra fiducia, riuscivamo a parlare con lui in modo semplice, senza il timore che si ha con un allenatore. Io questo l’ho apprezzato da subito, io venivo dal metodo di Eugenio George (l’allenatore di Cuba ad Atlanta ’96, ndr). Ma una cosa di Massimo mi ha sempre colpito: lui si emozionava, ogni tanto anche più di noi. Prima delle partite per esempio camminava lungo i corridoi interni del palazzetto e parlava. Si scaricava come se dovesse giocare. Insomma viveva la partita con noi. È un allenatore tranquillo, modesto e ci sapeva dire le cose giuste al momento giusto. Poi quando c’era bisogno di essere rigoroso lo era. Negli spogliatoi per esempio entrava e si appoggiava sempre al muro, tenendo un piede all’indietro e cominciava a parlare. Era diventato così normale che se non lo faceva lui glielo ricordavamo noi».E dopo il definitivo passaggio di Barbolini sulla panchina della nazionale italiana, quest’anno la pesante eredità è nelle mani di Emanuele Sbano. «Come sarà non possiamo dirlo, ognuno ha il diritto di mettersi alla prova. È stato il secondo di Massimo per diversi anni e speriamo che abbia appreso l’essenziale. Noi siamo delle professioniste e lui ha diritto ad una possibilità. Di sicuro però è finito un ciclo. Abbiamo vinto tanto, abbiamo sofferto e gioito insieme e io ho pianto alla fine del campionato anche perché sono andate via Fofao e Walewska. Non sarà facile ritrovare un gruppo così forte». Ma la storia della Despar insegna che la giocatrice insostituibile non esiste. Kirillova e Aguero su tutte. «Di questo va dato merito alla società. La Sirio oltre che scegliere brave giocatrici cerca sempre atlete forti anche caratterialmente, determinate, che è poi la base per creare gli ingranaggi giusti. Vedo giocatrici di trent’anni ancora aver bisogno di continue rassicurazioni da parte di dirigenti e allenatori. E purtroppo è una prerogativa molto femminile. Gli uomini sul lavoro vanno dritti per la loro strada, sono più concentrati sull’obiettivo, invece le ragazze possono perdersi e non arrivare al successo. La Polonia non era più forte dell’Italia al Grand Prix, ma sono sicura che il fatto che l’allenasse Bonitta abbia contribuito alle sconfitte»

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