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GIBA e l'albero genealogico


Anteprima dell'intervista a Gilberto Amauri Godoy Filho, detto Giba, realizzata da Fabrizio Rossini
Il testo integrale con gli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di ottobre 2006

La storia di Gilberto Amauri Godoy Filho, detto Giba, potrebbe iniziare da un’arrampicata su un albero e da un braccio sinistro “aperto in due”, per i dettagli della vicenda dovrete leggere l’intervista di Rossini su Pv Pallavolo – Supervolley di questo mese.«Avevo appena cominciato a frequentare la prima scuola di pallavolo, quell’anno (1987 nda) – racconta Giba – e certamente il mio primo pensiero non fu “non potrò più giocare”. Mi tenni il braccio che sanguinava, lacerato e corsi per due isolati verso casa. Mia madre fu bravissima: capì che avevo perso litri di sangue e che non dovevo svenire. Mi prese a schiaffi, per tenermi sveglio, e mentre guidava all’impazzata verso l’ospedale continuava a tenermi la testa fuori dal finestrino e a tirarmi schiaffoni. Mi diedero 150 punti, tra interni ed esterni, dal gomito al polso. Ho scoperto quella volta, come dicono, che durante incidenti così gravi il corpo sa produrre anestetici e adrenalina». Ma questa non è l’unica cicatrice che Giba si porta addosso. “Non parla della leucemia, perché era troppo piccolo (quattro mesi) per ricordarsi di come aveva vinto quella prima battaglia. Ma mostra quasi orgoglioso – prosegue Rossini nel suo articolo - le sue altre mille cicatrici di ragazzino perennemente per strada a giocare: i punti sul ginocchio, causa un gancio sporgente nell’auto di papà, altri punti sulla coscia per una caduta, altri sul mento rimediati giocando a pallone, e poi le ferite della bicicletta. Il sopracciglio no, quello si è tagliato a Sydney, quando sbatté contro la testa di Kid per schivare un’esultanza di Gustavo”. E con la calma che contraddistingue i brasiliani, Giba risponde che l’infanzia era bella perché si poteva giocare, beh, noi aggiungeremmo: con prudenza, figliolo! Torniamo al dopo caduta, ad un braccio guarito ed alla passione verso la pallavolo che cresceva di anno in anno. Ma all’inizio fu il beach. «Il beach è stata una passione giovanile. Avevo fatto il Mondiale pre – juniores a Istanbul nell’indoor, avevamo vinto l’oro e io ero stato il miglior giocatore e attaccante. Avevo 16 anni, e ho pensato la prima volta “la mia carriera è questa”. Il mio tecnico di club a Curitiba era quello che oggi è il terzo di Bernardinho in nazionale: Rubinho. Chi mi ha fatto crescere è stato invece Emilio Trautman, ho giocato tanti anni con lui, mi ha letteralmente “montato” il carattere. Io ero un pre – juniores e lui mi metteva già coi grandi e ogni tanto mi faceva giocare in prima squadra». Gli angeli protettori di Giba non finiscono qui. «Un’altra persona molto importante per la mia carriera è stato Carlao, che mi ha preso sotto la sua ala in nazionale: ti proteggo io, mi disse, ti faccio conoscere e accettare da tutta la squadra. Weber, Gilson, ho sempre avuto la fortuna di avere questi giocatori più vecchi davanti, e io facevo la sanguisuga». Finché poi un bel giorno, quel ragazzino con il braccio ciondolante non inizia a vestire la maglia verde oro. «Alla prima nazionale mi ha portato Ze’ Roberto. Nel 1995 mi portò a fare la partita del Centennale Fivb ad Atlanta, che era anche il test per il palasport che avrebbe ospitato l’Olimpiade l’anno dopo. Che emozione… Brasile, Italia, Giappone e Usa. Avevo 18 anni, e davanti avevo Bernardi, Cantagalli, Gardini, Gravina, Giani, Zorzi. Tutti mi dicevano: e Tande, e Giovane, dove sono? A riposo, rispondevo io. Ci snobbarono, forse. E così Italia – Brasile in quel torneo iniziò 10-0 per noi contro l’Italia. Poi perdemmo la finale… Feci anche i Sudamericani e la Coppa del Mondo 95. Quindi uscii dalla nazionale. Finché Radames, sì, l’allenatore di Trento, mi richiamò nel 1997, come libero. Carlao si ruppe un piede e…». E…Iniziarono da qui, il calvario e i mille dispiaceri che Giba ha inflitto ai tifosi italiani, un mondiale ed un Olimpiade non si dimenticano tanto facilmente, nel conteggio non includiamo le World League, sarebbe davvero troppo per le nostre coronarie. Ma non esiste solo la Nazionale, Giba ha vinto anche un altro premio ambitissimo, una figlia avuta con la moglie Cristina Pirv e per la sua Nicoll sta scrivendo un diario. «Ho iniziato un diario il giorno che è nata, ogni mese prendo nuovi appunti. C’è tutto: le prime parole, il biberon, la prima volta che è caduta da letto… È un diario per lei. Da noi in Brasile si festeggiano i 15 anni delle ragazze. Quando la mia Nicoll compirà i suoi 15 anni, le regalerò due o tre libri scritti di mio pugno con la storia della sua vita». Nell’intervista fiume di Rossini, c’è ancora molto da leggere. Il primo appuntamento con la futura moglie, l’incredibile storia d’amore nata quasi 3 anni dopo, il caso doping scoppiato quando giocava ancora a Ferrara, la profonda amicizia che lo lega a Ricardo, la fede religiosa, per terminare poi con Cuneo. Ma non svelerò altro, la curiosità deve crescere ed essere esaurita nelle 9 pagine di Rossini che mi vede solidale con la sua chiosa finale. Ma perché Gilberto Amauri Godoy Filho, in arte Giba, in spiaggia non ci va subito e ci lascia vivere, in pace e serenità, una medaglia olimpica pure a noi?

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