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DANIELA GIORIA - GIULIA MOMOLI: DUE DI DUE
Estratto dell'intervista realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con numerosi scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di maggio 2010

Si gioca in due, sulla sabbia ma non necessariamente al mare e si arriva a 21. Non puoi ricevere in palleggio, quando muri vale un tocco e l’alzata deve uscire dalle mani rapida e pulita (gli arbitri sono molto più fiscali che nella pallavolo). Stavolta parliamo di beach volley signori e ci sembrava corretto iniziare dalle basi, perché questa è una rivista di pallavolo e se deciderete di andare avanti, capirete che il beach è un’altra cosa. Un altro sport. Non è la prima volta che apriamo una finestra su questo mondo, direte voi. E non sarà certo l’ultima, aggiungiamo. Ma quello che ci hanno raccontato le nostre due protagoniste, Daniela e Giulia, forse farà irrimediabilmente decadere l’idea che vi siete fatti di questo sport. Niente sole, mare e divertimento? Diciamo che il tiro va un attimino aggiustato, ecco. Quella che leggerete stavolta è la storia di un progetto. E visto che la squadra in questione non è composta da 12 ragazze ma da solo da due – superfluo aggiungere che nel beach non sono previsti cambi - racconteremo questo anomalo sport di squadra con tutte le parti attive a spiegarcene un pezzetto. Loro, sono Giulia Momoli e Daniela Gioria, una delle coppie più vittoriose che abbia mai battuto bandiera italiana. Tanto per capirci.
Le ragazze arrivano direttamente da Ostia, dove abitano ormai da tre anni, ma la “giornata milanese” fa parte del progetto. Perché a differenza delle colleghe pallavoliste, che di solito incastrano interviste e foto tra un allenamento e l’altro quando la società glielo permette, sono le uniche responsabili della loro immagine. E hanno imparato subito la prima regola del marketing: se ti conoscono, esisti. Poi, il che non guasta, l’hanno presa come un divertimento. Giulia ripete: «quando mai mi ricapita un’occasione del genere nella vita». E si riferisce agli scatti d’autore che le immortalano come delle dive. Beacher dentro, donne fuori. Lei, Giulia, è la più spigliata. È nata in provincia di Treviso, ha 29 anni e ricorda Caterina Guzzanti, la più giovane dei tre fratelli. Daniela è meno espansiva, ma è solo un’impressione. È di Borgomanero in provincia di Novara, la stessa Borgomanero in provincia di Novara che ha dato i natali a Leo Lo Bianco, con cui ha giocato ad Omegna. E in certe espressioni assomiglia all’attrice Carolina Crescentini. Insieme hanno un sogno, ma la parola sogno non rende bene l’idea. Perché quello devi aspettare che si realizzi.
Al limite esprimi il desiderio in tutte le forme possibili che conosci (stelle cadenti, linguette delle lattine, brindisi silenziosi di cui ti appropri). E fine. Loro, invece, lo stanno studiando pezzetto per pezzetto. Preparando nei minimi dettagli. E l’hanno dichiarato al mondo, soprattutto. Queste due ragazze vogliono arrivare alle Olimpiadi di Londra 2012 partendo da un’unica certezza: le loro forze. E proprio nel senso letterale del termine. Magari adesso non avete afferrato il senso. Ma ne sentirete la consistenza presto. La storia comincia nel 2005 con qualche torneo, si fa seria nel 2006, ma è dal 2007 che il “facciamoci un pensierino” diventa impegno programmatico. Da quando, cioè, la Federazione italiana le ingloba nel progetto di Pechino 2008. Dopo vari esperimenti, curioso quello che ha visto Gattelli-Momoli e Perrotta-Gioria, le due ragazze si ritrovano insieme a puntare in alto. Mai così in alto nella loro carriera. «Io giocavo a Conegliano, in A2 – racconta Giulia – ed è stato difficile lasciare un gruppo dove stavo benissimo. All’inizio ho sofferto: amavo il concetto di sport di squadra, le compagne. Perché il beach è quasi una disciplina individuale, devi saper fare tutto. Però mentre nella pallavolo sei una pedina, qui sei la protagonista. E ti apre la testa. Quello che mi ha convinto è stata la possibilità di essere convocata in nazionale. Io nella pallavolo non l’avevo mai avuta e l’occasione di puntare ad un’Olimpiade… è stato lo stimolo per accettare». Per Daniela la motivazione è diversa, ultima stagione a Cremona, sempre A2. «Per me è stata come una fiamma che si è riaccesa. La nazionale l’avevo assaporata con la Juniores, ma a 18 anni mi sono rotta il ginocchio e mi sono dovuta fermare per tre anni. Poi ho ricominciato, ma tornare in azzurro era come riprendere un vecchio discorso mai concluso. Sono dell’idea che il beach sia uno sviluppo della pallavolo, che invece è più utile da piccoli perché il gruppo è importante».

 

 

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