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UNA FINESTRA SULLA VITA
Anteprima dell'intervista a Javier Gonzale realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di dicembre 2007

Chi fa l’atleta di professione sa di essere un uomo con la valigia in mano, sa di avere una vita che tra una partita e l’altra passa ore a guardare fuori da un finestrino degli autobus, fuori da una finestra di albergo. Anche quella di Javier Gonzalez era così. In giro per il mondo, in un mondo che mostrava un altro tipo di vita rispetto a quella cubana. Diverse culture, mentalità quasi inimmaginabili quando vivi a L’Avana. Un mondo differente che strideva con il suo paese, in cui i problemi che ci sono laggiù sono già stati superati, messi in archivio. In cui se ne affrontano altri, ma si affrontano. È questo il groppo in gola che è rimasto a Javier Gonzalez, ennesimo giocatore cubano che per vivere la sua vita ha deciso di tagliare con il suo passato, con la sua nazione. È questo che non torna anche dopo due anni dalla fuga. Tutto ha trovato un suo ordine, un suo posto, un suo equilibrio. Tutto tranne i problemi di Cuba che ci sono e che rimangono lì, alla luce del sole. Perché, come dice il palleggiatore della Bre Banca Lannutti Cuneo, «se tutti i giocatori cubani più forti scappano, un motivo ci sarà».
Il motivo c’è, e aleggia anche in questa intervista. Javier non lo affronta mai direttamente, non ne ha ancora voglia, non ha ancora messo da parte il rancore. A volte sembra prevalere. Sulla nostalgia. Sul coraggio. «È solo una cosa brutta, l’immagine che ne esce del mio paese non è certo la migliore. Fuggire è un sacrificio enorme, un salto nel buio. Lasci i familiari, gli amici, la tua casa e arrivi in un paese dove non conosci nessuno, dove non sei nessuno. Senza sapere come ti andranno le cose, se girerà la fortuna dalla tua parte. Puoi rovinarti la vita, ma è un rischio che sei costretto a correre quando ti accorgi che oltre a Cuba c’è altro. Quanti giocatori forti cubani ci sono al mondo? Tanti e questo vuol dire che siamo un gruppo di giocatori speciali. Forse nessuno di noi è un fenomeno, ma potenzialmente siamo uguali a tanti giocatori di altre nazionali. Siamo atleti dalla stesse caratteristiche. Non ci manca nulla, eppure tra noi e gli altri ci sono importanti differenze che il sistema non ti permette scioccamente di poter colmare».
La fuga di Javier ha avuto un’eco particolare in Italia. Il modus operandi è identico a quello di alcuni suoi predecessori. Durante una trasferta all’estero, tra una partita e l’altra, si aspetta il momento giusto e si va verso l’ignoto, attraversando il punto di non ritorno. A differenza del passato il punto di non ritorno è stato proprio nel nostro paese. Cuba sta affrontando a Busto Arsizio la nostra nazionale in una delle tappe di World League. Javier Gonzalez accende su di sé l’attenzione durante la prima delle due partite del week end. Una prova maiuscola del giovane palleggiatore. Mani buone, fisico potente, battuta eccellente. Una spina nel fianco per l’Italia. Nel secondo match, quello di Monza, tutto cambia. Javier non c’è, Cuba è per l’ennesima volta in subbuglio, sconvolta dall’ennesimo tradimento. È il 4 giugno 2005 quando Gonzalez lascia l’albergo, la finestra da cui guarda il cortile, per volgere lo sguardo altrove, verso il futuro. Il regista si presenta al commissariato di Monza e richiede asilo politico. Si apre il giallo, tutti a chiedersi quale club offrirà il proprio aiuto. Javier, invece, pensa alle conseguenze del suo gesto, al padre Nilo lasciato solo a Cuba o a alla squalifica che incombe. C’è chi parla di stop a vita, chi dice che 5 anni non glieli toglie nessuno perché da Cuba arrivano pressioni alla Fivb per allungare le pene.

 

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