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IL CAMALEONTE
Anteprima dell'intervista a Frantz Granvorka realizzata da Isabella Migani
Il testo integrale  su Pallavolo Supervolley di giugno 2008

Nella sala entra un uomo. Gli spettatori seduti, gli occhi rivolti a quell’unico fascio di luce che illumina un sax di ottone splendente ed un uomo qualsiasi. Dalle sue mani, dai suoi polmoni l’energia si trasforma in una nota pulita, in musica. Apparentemente semplice come un’addizione. Ma semplice non è. Lo sa bene Frantz Granvorka, 4 anni di sax al conservatorio alle spalle. Nel rettangolo di gioco entra un uomo. Gli è stato chiesto di cambiare pelle mille volte. Assecondando le proprie inclinazioni, ma anche rispondendo presente alle esigenze della squadra, anteposta a tutto, anche alla propria affermazione personale. È apparso tutto semplice, tutto naturale. Ma semplice non era. Lo sa bene Frantz Granvorka. Tre ruoli nella valigia. Centrale, schiacciatore ricevitore ed opposto. Trasformazioni a cui gli appassionati italiani di pallavolo hanno assistito. Appollaiati sul loro posto del palazzetto. Dal 1999 Franz Granvorka schiaccia per una squadra italiana. La prima di tutte è stata Parma, negli anni della risurrezione del club ducale. Una neopromossa arrembante che trova in Granvorka uno dei propri punti di riferimento. Diventa un piccolo idolo del PalaRaschi ed anche la Nestlè punta su di lui per uno spot tv. La multinazionale rispolvera dalla soffitta le vecchie cassette degli spot con Andrea Giani e propone a Franz e alle sue movenze da pantera di girare il remake. Intanto che la squadra, guidata da Piero Molducci, vince e si proietta nel ruolo di outsider, lui assaggia il ritmo del nostro campionato. Viene a contatto con la qualità del gioco, di cui aveva sentito parlare, ma anche con l’intensità della serie A1. «Giocare in Italia è un vero insegnamento alla competizione. Solo chi gioca bene viene preso in considerazione. In Italia si impara meglio che in qualsiasi altro campionato la differenza che esiste tra un buon giocatore ed un campione». Una differenza evidente, ma non così semplice da spiegare. «È una risposta abbastanza scontata, ma è molto difficile da esprimere. La prima grande differenza è che un giocatore ha sicuramente delle grandi potenzialità , è capace di raggiungere degli ottimi livelli di gioco e nulla di più. Il campione ha un range molto alto, le sue prestazioni sono sempre molto vicine ai propri massimali, ha dalla sua la regolarità. Questo atleta diventa una sicurezza per i compagni, per la squadra. Conosce la fatica di mantenere quei livelli, ma ci riesce. Alla fine, se vai a guardare, le differenze sono briciole, delle virgole di percentuale in una statistica. Se leggi tra le righe trovi anche le qualità umane che un campione deve avere. L’applicazione totale chemette per raggiungere quei livelli dimostra un carattere forte, la mente di chi sa mettersi in discussione, una mente aperta che sa studiare. È questa la forza di un campione. Di sicuroquando sono arrivato a Parma ero solo un buon giocatore. Quei due  anni sono stati meravigliosi ed ho imparato molto. Dei due, il più difficile è stato il secondo. Il primo anno, infatti, mi ero ben proposto. Il mio servizio girava bene, avevo percentuali ottime in attacco. E così la vera sfida divenne quella di convincere tutti per rimanere in Italia. Io volevo misurarmi con i grandi campioni. Erano gli anni di Vullo, di Bas Van De Goor, di Fomin. Erano stelle, ma io volevo sfidarle, volevo batterle. Forse questo è stato il primo passo per diventare un campione».

 

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