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NIKOLA GRBIC
Estratto dell'intervista realizzata da Fabrizio Monari
Il testo integrale con numerosi scatti su Pallavolo Supervolley di giugno 2010
 

Sono serviti quasi dieci anni di pallavolo atomica, a Grbic, per portare a casa un oro olimpico; quasi venti per conquistare il primo scudetto in Italia; venti esatti per cambiare la storia di una città, Cuneo, che alla pallavolo ha dato tutto ciò che aveva, ricevendone troppo poco in cambio.
Partiamo da lì: Cuneo, 55mila abitanti, schiacciata tra le Alpi, il fiume Stura e il torrente Gesso. Fredda, isolata, magnificamente ornata dalla natura. Luogo inspiegabilmente caro ai brasiliani più calienti, e ragionevolmente
grato ai supereroi serbi. «E pure bulgari - scherza Grbic - visto che il mio amico Vlado Nikolov ci ha messo del suo, come tutti gli altri del resto. È stato magnifico vincere qui, anche grazie a quel canto dei tifosi, che a noi non piaceva mica tanto… Gliel’ho detto subito, appena abbiamo messo a terra l’ultimo pallone. Ho detto loro: adesso non potrete più cantarlo».
Una gioia enorme per una città che, probabilmente, non ha ancora smesso di festeggiare. Gioia profonda, da capire e assaporare giorno dopo giorno. «Forse non ci siamo resi ben conto di quello che abbiamo fatto, a caldo. Eravamo euforici, carichi, felici, ma non abbiamo realizzato a fondo l’importanza di aver vinto qui. Mi capita di rifletterci quasi ogni giorno, di chiedermi se è tutto vero».
Per Superman (quello con la maiuscola) l’acerrimo nemico era Doomsday; curioso pensare che per quest’altro superman, l’amico più fidato abbia quasi lo stesso nome: V-day, il giorno della vittoria. Giorno propizio, hanno detto i maligni, per riuscire a sconfiggere l’avversaria imbattibile in una singola partita anziché in una lunga
serie.
Ma lui, abituato all’incredibile, a questa storia non ci crede. «Capisco il punto di vista, ma a me è sembrato proprio che ce la siamo meritata questa vittoria
. È stata una vittoria limpida, pulita, condizionata semmai dall’infortunio di Rafael, che però rientra nell’ordine delle cose. Non è che abbiamo incontrato un’avversaria demotivata, o arrendevole: si era entrambi in campo neutro, quindi i vantaggi classici come l’illuminazione o i punti di riferimento nella palestra erano nulli per entrambe le squadre. I complimenti dei giocatori di Trento sono stati la miglior dimostrazione di questa teoria: è stata una bella gara, tra due grandi squadre. Se vuoi battere i campioni d’Europa e del mondo devi meritartelo, poche storie».
Difficile credere che un superman possa sconfiggere persino la criptonite, l’ultimo suo legame con la normalità. E invece Nikola l’ha fatto, con i soliti occhi da regista di ghiaccio che non sanno piangere per le sconfitte. «E nemmeno per le vittorie - ammette lui -. Abbiamo fatto festa dopo il V-day, tra di noi e in piazza assieme ai tifosi, ma io non sono andato tanto oltre. Non ho mai perso la testa per una vittoria, come non mi
sono mai lasciato andare alla depressione per una sconfitta. Sono sempre stato misurato, in queste cose. E poi ormai ho una certa età, il secondo figlio in arrivo… Insomma, devo comportarmi in un certo modo».
 

 

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