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La ragazza della porta accanto
 

 Anteprima dell'intervista a Angie Gruen realizzata da Eleonora Cozzari
 
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati  su Pallavolo Supervolley di giugno 2007

Mentre parla, le mani si distendono sulla tovaglia come per togliere pieghe che in realtà non ci sono. Un gesto insistente. Lei parla, ma in realtà sta schiacciando in parallela. Anche se adesso combatte con le parole e non con i movimenti avversari, con i congiuntivi piuttosto che con il muro piazzato, si nota lontano un miglio che sta facendo altro. Noi la vediamo gesticolare, lei sta caricando il braccio, invece. A Bergamo è una mattina di fine maggio e fa caldo. Dopo aver comprato due bottigliette d’acqua nella pizzeria sotto casa, «non ho avuto nemmeno il tempo di fare la spesa... io non ho mai abbastanza tempo» confida, ci accomodiamo in salotto. Siamo nell’appartamento di Angelina Gruen, l’opposta campione d’Europa con la Play Radio Foppapedretti e tra poco avremo un’idea più chiara della ragazza che ci siede di fronte con gli occhioni azzurri ed i capelli rossi. Ci sistemiamo sul tavolo e cominciamo a parlare. Per dovere di cronaca vi diciamo subito che ci siamo alzati da lì solamente tre ore dopo. L’intervista che state leggendo non ha avuto sosta. Solo uno stuzzichino qua e là, per nostra fortuna lasciato sul tavolo la sera prima. Ma mai un cedimento prima che sui fogli non se ne fosse andata anche l’ultima domanda. Molto tedesca. Pronti? Si parte. Dopo un campionato caratterizzato da alti e bassi, l’avventura play off si è conclusa con l’eliminazione delle campionesse d’Italia per mano della Despar Perugia. Ai quarti. Qui non succedeva da sette anni (stagione 1999-2000). Non è gratificante, immaginiamo. «Ci stava perdere - comincia a parlare la nostra protagonista - è il modo che non è stato da noi, eravamo lontane dal nostro gioco, ci è mancata la convinzione. Però penso che dopo la finale di Champions, giocata al massimo, sia calata la concentrazione. In più è pesata anche la sconfitta con Jesi all’ultima giornata. Se vincevamo, ai quarti ci toccava Chieri o Vicenza e forse poi riprendevamo il ritmo». E invece di andare a meditare sotto l’ombrellone, la Lega Femminile dallo scorso anno ha istituito la Coppa di Lega. Per quelle squadre che ai play off non sono entrate e per quelle che, successivamente, non arrivano in finale. Come giudica una giocatrice un torneo che comincia dopo la fine della stagione? «Diciamo che adesso è dura trovare le motivazioni. Pensate che se la finale scudetto si risolve in tre partite finisce prima di gara 2 di Coppa di Lega... e poi chi ha i mezzi per vincerla non sempre trova gli stimoli e chi magari vuole farsi notare non ha sufficienti mezzi a disposizione». Chiarissimo. Allora parliamo dei trofei che contano. Uno su tutti: la Champions League. A Zurigo, poco meno di tre mesi fa (per voi che leggete) le foppine hanno eliminato prima il Marichal Tenerife e poi, al tie break hanno annichilito la Dinamo Mosca, quella di Gamova e Godina per rendere l’idea. Vittoria bellissima e fortemente voluta, peccato che sia rimasta l’unica. «Essendo abituate a vincere molto, portare a casa un solo trofeo sembra un fallimento, ma il campionato è stato impegnativo e la Coppa Italia l’abbiamo giocata a una sola settimana da Zurigo e senza la palleggiatrice titolare (Lo Bianco, che non è una qualsiasi palleggiatrice titolare, ndr). Ma sembra così lontana adesso quella vittoria (25 marzo 2007,ndr), mi ricordo che è stata una partita in cui mi sono divertita tantissimo, io che amo le sfide combattute e gli scambi lunghi. È stata tosta, la Dinamo giocherà anche una pallavolo diversa, ma batterla è stato difficile, sia fisicamente che mentalmente. E poi non dimenticherò mai la festa, noi a ballare con la tuta e le medaglie al collo, così senza la minima organizzazione, perché portare i vestiti porta sfiga». Va bene vincere con un avversario come la Dinamo, va bene la festa improvvisata, ma il premio come Mvp dove lo mettiamo? «È un onore, per carità, ma tu non giochi per quello. Se prendi la semifinale per esempio, la Picci ha giocato da dio. È comunque uno sport di squadra la pallavolo e le nostre prestazioni si alternano sempre. Però mia mamma è stata contenta. Lei li colleziona tutti i miei premi»

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