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Sostiene Pereira.... Estratto dell'intervista a Jaqueline Maria Pereira de Carvalho realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiarti su Pallavolo Supervolley di aprile 2009 |
Sostiene Pereira che non tutti conoscono la sua storia. Neanche in Brasile. Sostiene Pereira che sentiva dire che non sarebbe mai tornata come prima ma quando è arrivato il momento, sostiene, li ha messi tutti a tacere. Sostiene Pereira che erano gli stessi che dicevano: “quelle ragazze arrivano sempre fino alla fine ma non vincono mai”. Quando è atterrata a S. Paolo, con l’oro olimpico al collo, a quelle storie non c’ha neanche pensato. Però, sostiene Pereira, devono averci pensato loro. Lei è Jaqueline, la metà di Jaqueline e Murilo, che qualche tempo fa vi abbiamo presentato in un’intervista doppia. Era appena arrivata in Italia, giocava a Jesi ed era poco più di quella metà. Adesso le cose sono profondamente cambiate. È una stella indiscussa della pallavolo mondiale, ha disputato un campionato a Murcia, ha vinto una cosa come le Olimpiadi di Pechino ed è tornata in Italia, a Pesaro, dove ha portato a casa il suo primo trofeo continentale: la Coppa Italia. E poi giri la medaglia. Perché fanno parte della sua storia anche una squalifica per doping e la sconfitta bruciante contro Bergamo, ad un passo dalla final four di Champions League. Dopo 42 vittorie consecutive il record si interrompe lasciando Pesaro e la sua stella brasiliana a guardare. Sul più bello. E poi ci sono cose che non sono cambiate. Il tono della voce quando la conversazione si sposta su Murilo (lo schiacciatore quest’anno a Modena), per esempio. Potrete crederci o no… ma è di una dolcezza disarmante. Anche attraverso i fili della cornetta capisci che sta allargando il sorriso, quando parla di lui. Questo fa parte di lei, è una grossa parte di lei. «Io voglio stargli vicino. È per questo che con Pesaro ho firmato un contratto annuale. Per me lui è troppo importante, mi aiuta tantissimo, quando ho bisogno c’è sempre e trova le parole giuste per me. Quindi deciderò del mio futuro con lui. Stare lontani è stato bruttissimo». Hai detto niente. Conosciamola meglio allora la meravigliosa creatura che vedete negli scatti del nostro Fiorenzo. È nata a Recife, una città sulla costa nord del Brasile, il 31 dicembre del 1983 e anche se fate fatica ad immaginarla diversamente, lei ha iniziato giocando a basket. «È vero e per un periodo ho praticato entrambi gli sport, ma come spesso accade mia madre mi ha detto di scegliere. Non ho avuto dubbi: vedevo tutte quelle ragazze, bellissime… e ho pensato che fosse molto più femminile del basket. Mi ha colpito visivamente. E poi l’allenatore diceva che ero brava. Qualche tempo dopo sono stata chiamata da una squadra forte. Da lì è successo tutto velocemente. Un torneo contro S. Paolo e Rio De J aneiro e mi hanno chiesto di andare a giocare a S. Paolo, dove mi sono trasferita in un vero e proprio club (il Finasa, dove da centrale è passata schiacciatrice, ndr). Nel giro di due anni mi è cambiata la vita. Ne avevo 14 quando sono partita da Recife per S. Paolo (costa sud, ndr). Sono rimasta lì per cinque stagioni e contemporaneamente è iniziata la mia carriera anche in nazionale. Prima nella Juniores e poi, a 17 anni, con il gruppo principale». Tutto bene fino a qui, tutto veloce. Lo stacco da casa quando sei ancora piccola, certo, ma una soddisfazione dietro l’altra. Un traguardo e poi un altro ancora. Jaqueline, bella e brava. Una promessa, un talento. Quando ad un certo punto un fastidio diventa un problema. Duemiladue. «Ero in nazionale quando la mano comincia a farmi male, non sapevano cosa fosse e giù ghiaccio. Poi, al ritorno in Brasile la scoperta: trombosi». Tre mesi di stop. Succede. Tutto risolto e lei torna a giocare. La prima partita non la dimenticherà mai… Perché? Infortunio al ginocchio e altri mesi lontano dai campi. «Ma nonostante l’ok del medico e la mia voglia di giocare – avevo 17 anni, ero una ragazzina – forse 5 mesi erano ancora pochi e al primo allenamento mi sono fatta male di nuovo». |
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