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LEO DENTRO |
Anteprima dell'Intervista a Eleonora Lo Bianco realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati, su Pallavolo Supervolley di dicembre 2005
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Eleonora davanti ad Eleonora. «Volevo fare la scrittrice -racconta intenta a farsi un caffé l’Eleonora pallavolista mentre l’Eleonora giornalista prende appunti - e ancora oggi mi piace fissare i miei pensieri dove so di poterli andare a ripescare. Poi mi è venuta la passione per gli animali e avevo deciso di diventare una veterinaria. Alla fine ho optato per l’interprete e avrei studiato lingue se…». Se un giorno non avesse tirato un filo in giardino insieme alla sua amica Natalia, e pomeriggio dopo pomeriggio, non avessero provato, con vero gusto, a imitare quello che in Tv veniva da favola a una con i capelli carota e una dalla chioma rossa. «Con Natalia (Viganò, ora schiacciatrice a Busto Arsizio in A2, ndr) abbiamo fatto tutto insieme, eravamo amiche e compagne ed è iniziato tutto da lì, per gioco. Mio padre, vedendo che ci mettevamo passione, ci ha iscritte ai corsi di mini volley, che a Omegna erano nati solo un anno prima». Dite la verità, l’avete già sentita questa. Anche noi, se non fosse per un piccolo particolare: la storia di Eleonora Lo Bianco, detta Leo, non si è fermata lì. Ora non fa la commessa in un negozio d’abbigliamento in centro, ora ci ha dedicato il pomeriggio libero tra un allenamento e l’altro, quello della Foppa. «Sì ma ho rischiato un paio di volte di farla finita con la pallavolo. Quando ad Omegna è arrivato Luciano Pedullà, lui voleva che in campo ci fosse un solo palleggiatore. E io invece pretendevo anche di schiacciare. Me lo ricordo come se fosse ieri, noi fino ad allora avevamo sempre giocato con il doppio alzatore. In quei giorni l’ho odiato, ora non posso far altro che ringraziarlo». Ma c’è una seconda volta. «Era il 1997, con la Juniores. Quella era la mia prima esperienza lontano dalla famiglia. Con i miei ho un rapporto molto forte, soffrivo la lontananza e così continuavo a chiedere di venirmi a prendere e riportarmi a casa. Non l’hanno mai fatto. Loro sono stati i miei primi tifosi, parlavamo molto e quello che c’era l’abbiamo sempre diviso. Oggi è lo stesso». Rewind. Bergamo. Insieme a Fiorenzo Galbiati (l’autore di queste bellissime foto che, diciamolo subito, ho avuto l’onore di veder realizzare) arriviamo a casa di Leo. Tuta scura, occhiali da sole, capelli lunghi e sciolti, «tutti mi dicono che sto meglio» commenta. Io assisto al servizio, mi guardo intorno. Tanti peluche, tantissime foto, anche in bagno e sul pianerottolo. Ci sono gli orari degli allenamenti e i numeri dello staff attaccati alla caldaia, c’è ordine, ma la casa è vissuta, questo si vede subito. Nonostante i due mesi di vita e le otto trasferte su dieci partite giocate fino a quel momento. Cominciamo a intuire. Poi capiremo. Fiorenzo finisce gli scatti, è il nostro momento. Eleonora davanti ad Eleonora. Abbiamo un ordine anche noi, ce lo siamo dati nelle cinque ore di treno che separano l’Umbria dalla Lombardia. Nazionale, club e curiosità. La prima ha la lettera maiuscola e non solo perché dietro c’è il punto. E voliamo subito a Zagabria. Settembre, finale degli Europei persa con la Polonia. «Mi innervosisco a ripensarci, ho cercato di prenderla bene, forse perché non ho avuto molto tempo dopo per starci a rimuginare su, c’erano gli allenamenti con la nuova squadra e il campionato che stava per iniziare. E tanto non è che se ci pensavo poi potevo rigiocarla. Ma quando mi chiedono, e lo fanno, “ma quella partita, perché?”, mi viene il nervoso. Non è delusione la mia, è solo amarezza, ma reagisco così» Però in Croazia Leo una soddisfazione se l’è tolta. Il suo è stato il miglior palleggio dell’Europeo, lei ha vinto l’unico premio individuale assegnato all’Italia, onorevole seconda. «In quel momento potevo anche lasciarlo lì, perché io faccio parte di un gruppo e la mia vera soddisfazione personale sarebbe stata vincere la medaglia d’oro. Poi lo ammetto, dopo c’ho pensato e mi sono resa conto che era il mio primo premio in una manifestazione importante. Avevo vinto quello a Courmayeur e al Grand Prix , ma quello all’Europeo è un’altra cosa. Che avrei però barattato volentieri». E l’estate azzurra della palleggiatrice di Bergamo è stata piena di novità: doppio capitano insieme alla Del Core e guida di un gruppo giovane che aveva bisogno di lei. «Mi sono presa le mie responsabilità, indirizzare il gruppo, istruirlo, fargli sentire che c’ero, capitano o non capitano. È stata la mia più bella esperienza in nazionale, oggi lo posso dire. Dobbiamo continuare su questa strada, dopo il campionato avremo tempo per preparare bene il Mondiale, siamo risalite da un periodo buio e ora siamo tornate. Serena Ortolani e Katja Luraschi sono giovani ma già in gamba. Questa squadra andrà avanti così, con Marco Bonitta che la tiene larga e ha sempre il coraggio di rischiare». | |
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