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La favola dell’uomo volante

Anteprima dell'intervista a Leonel Marshall realizzata da Fabrizio Rossini
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di gennaio 2007


Rossini questo mese s’è superato, raccontando la favola della “cavalletta” di Piacenza. L’Icaro della pallavolo che tocca i 3.78. E’ la storia di un ragazzo cubano che scappa pur di attuare il suo sogno, e le favole insegnano proprio a questo, credere nei sogni e sperare nella loro realizzazione. Leonel Marshall, cubano residente a Piacenza, si apre davanti al microfono di Rossini e racconta una la sua storia, senza tabù e timori, lui l’esule dal Belgio è ora pronto, a parlare della famosa notte…


«Siamo in albergo ad Anversa, per preparare questo torneo. Il presidente della Federazione Pallavolo Cubana era mio padre e ci aveva confermato che quell’anno saremmo andati a giocare in Italia. Della cosa eravamo particolarmente felici, finché non scopriamo che Angel Dennis in camera non c’è più. Mancano le sue cose, non c’è la borsa, non c’è il passaporto. In pochi secondi abbiamo compreso che a quel punto saremmo stati bloccati tutti. Niente più Italia. Rientro in camera amareggiato con il mio compagno, che era Ihosvany Hernandez. Stiamo a sedere sul letto e arriva una telefonata di amici di Roma. La comunità cubana della capitale ci era stata sempre stata molto vicina, Ihosvany lì aveva vinto lo scudetto nel 2000. Ci dicono: “Abbiamo saputo di Dennis, è scappato. Cosa fate voi?”[…] Io chiamo mia mamma al telefono e le dico che sono disposto a mollare tutto, ma ho bisogno del suo parere perché non sono così sicuro. Lei, come sempre, è più forte di me. Mi dice che qualunque scelta farò, lei sarà con me. […] Aspettiamo quindi il momento più opportuno, perché con la nazionale viaggia sempre una persona della sicurezza mandata dal governo. […] Da lì siamo arrivati in hotel a Roma, era il periodo di Natale, e credo sia stata la mattina più brutta della mia vita. Al risveglio avevo la piena consapevolezza della scelta e sapevo di non potere più tornare in dietro. Che non avrei visto Cuba, le persone che amo, la mia casa, per anni. Avevo deciso in poche ore, e mi chiedevo “Cosa ci faccio io qui?”».


Spesso capita che le decisioni più importanti vanno prese in attimo, il tempo non ferma le lancette, corre inarrestabile, niente più Cuba, niente più amici d’infanzia e niente più mamma.


«Io e mia madre siamo stati tre anni senza vederci. Da cinque anni non vedo più mio padre. Fanno di tutto per non farlo uscire, bisogna convivere anche con questo. […] Anche a mia mamma hanno fatto problemi. Sapete come è riuscita ad arrivare qui? Grazie al Qatar. Sì, già da tre anni , a fine stagione, vado a giocare là. Si fa un buon contratto, si giocano due tornei, poche partite. Ho trovato grandi amici, là, tra cui Mohammed, dirigente dell’Arabic Club. Gli avevo raccontato la mia storia, e lui ha mosso il mondo per far uscire mia madre da Cuba. Il viaggio, i documenti, le pratiche complicate, ha pagato tutto lui. Lei è riuscita ad arrivare in Qatar, e poi mi ha raggiunto a Piacenza. Ho detto a Mohammed che avrei giocato gratis per lui, ma lui mi ha risposto che la famiglia è sacra, che lui ha fatto un gesto per un amico perché le famiglie devono stare unite. […] Io non so se c’entra la religione, le nostre sono diverse, ma quest’uomo non mi ha chiesto nulla in cambio e mi ha ridato mia madre».


Già, finalmente un pezzettino della famiglia Marshall s’è potuto ricongiungere e da due anni, la Signora Mercedes si sta abituando al freddo italiano, cosa che non è stata semplice nemmeno per il suo “ragazzone”, ma nonostante la nebbia…


«
Nonostante la nebbia e la neve, io amo Piacenza, mi piace giocare in questa città, ho amici nella pallavolo ma anche fuori. Persone che, quando ho bisogno, ci sono sempre».


Anche se ovvio, Cuba manca sempre.


«
Mi manca quell’atmosfera, mi manca quel bambino pazzo che ero quando misi un dito sulla sega elettrica dell’officina di mio padre, mi manca quel calore del sole. Non lo posso nemmeno vivere con Internet, perché a Cuba la rete è stato bandita: Internet apre gli occhi... Se sogno? Sogno di vincere, magari anche con una nazionale. Ma non sono sogni reali, che faccio di notte: è qualcosa in stand-by, perché per ora non si può realizzare».


La Nazionale… una maglia quella rosso blu che difficilmente potrà vestire nuovamente, ma c’è quella azzurra che l’aspetta anche se c’è un problema: non è sposato, tanto meno fidanzato; ma per nulla al mondo tradirà Cuba.


«Non potrei mai giocare contro Cuba. Fare o meno una partita non cambia la vita di una persona. Ma giocherei contro i miei ricordi, e io non starei mai di là dalla rete davanti ad una bandiera cubana. La scuola di Cuba mi ha insegnato a giocare. Non mi interessa il governo, non è di questo che parlo: io rinnegherei i miei amici. Una mia schiacciata potrebbe far perdere loro una medaglia, o una posizione importante in un torneo. Mai. Non lo farei mai. C’è una grande storia, dietro la pallavolo cubana. Non voglio essere il primo a cancellare il legame fra il popolo e i giocatori cubani. Però la maglia azzurra la vestirei domani: perché l’Italia è la mia seconda casa, e la ripagherei di ciò che ho avuto giocando in nazionale».


Questa dell’ex direttore, è un’intervista tra il malinconico ed il tenero, lasciando, però, spazio a qualche aneddoto divertente e alla carica agonistica che contraddistingue ogni atleta. Il tutto si conclude con una domanda: “Vi è piaciuta la favola?”, ora per rispondere non dovete far altro che andare oltre questi brevi stralci e leggerla tutto d’un fiato. A occhi aperti, come si fa con le favole.

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