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L'ELEGANZA DEL RICCIO
Estratto dell'intervista a Gabriele Maruotti realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di aprile 2009

Il vento che arriva dal mare ti porta sorrisi, voci di gente in vacanza, campanelli di bicicletta che sfrecciano all’ombra dei pini. Ti porta una vita che il passare dell’estate stravolge, diluendo impeti e sussulti. Abbassando il volume, rallentando il ritmo. Il vento dal mare arriva ancora, ma questa volta fa sbattere le persiane in un silenzio quasi assoluto. Certamente surreale. Questo è quello che accade ad una qualsiasi delle cittadine appoggiate su uno dei nostri litorali. Questo è quello che succede anche a Fregene. Tutti gli anni. Allora quel vento che viene dal mare ti spinge verso altre direzioni, per reagire a quella sorta di “morte civile” che fa diventare eco le voci dei vacanzieri. Ti spinge a lasciare l’altalena, le sfide a yo yo con gli amici e a riempire il tuo tempo con lo sport. Calcio, tennis o, come nel caso di Gabriele Maruotti, pallavolo. Comincia con il vento che soffia via l’estate, con la noia del mare d’inverno, la storia pallavolistica dello schiacciatore. Comincia presto, prestissimo. A soli sei anni. Gabriele non ha fatto in tempo a sentire le radici dei pini come dei limiti da superare, da cui evadere, non ha fatto in tempo a cedere alle lusinghe della noia. Lui era in palestra, non per strada. Lui a 18 anni, Fregene l’aveva già lasciata, già trasformata in Itaca. Un posto dove tornare. La pallavolo era stata come un vento dell’est, quelli a cui non puoi resistere, quelli a cui ti devi abbandonare. È così che nelle selezioni regionali viene adocchiato da Mario Barbiero, attualeCt della nazionale Pre-juniores ed allora tecnico del Velletri (uno dei miglior settori giovanili laziali), che gli propone di continuare il suo percorso nella piccola cittadina dei castelli romani. Niente foresteria, niente tutor che seguono i ragazzi scuola. Solo ore di allenamento e di qualità. Il campo di gioco diventa subito un habitat naturale, le sei zone sono scudo. Lavorare senza sentir alcun rimorso o alcun rimpianto di non essere a casa a parlare con gli amici, a girare con il motorino. Nessun rimorso per saltare le gite, per non fare la vita tra libri e telecomando in mano. «Il richiamo del campo – ammette Gabriele – è stato più forte di tutto. Poi prima della pallavolo e delle mie esperienze il mio carattere era molto diverso da quello che è adesso. Ero timido ed introverso. Diventavo rosso se solo si avvicinava una ragazza, prendevo letteralmente fuoco. Non mi è mancato nulla dell’adolescenza “normale”. Giocare era quello che volevo e che ho sempre voluto fare». Ad aiutare Gabriele ci sono papà Sergio e mamma Carla che ci sentiamo di candidare al premio “Genitore dell’anno 2009”. Hanno seguito ed accompagnato le schiacciate di Gabriele dall’inizio e quando la società di Velletri ha bussato, hanno risposto accendendo il motore dell’auto per accompagnare Gabriele agli allenamenti. 75 chilometri al giorno, trasferte delle partite escluse. La tenacia di questo ragazzo è fuori del comune, giocare a pallavolo gli riesce facile ed alle finali Under 15 del 2003, il nome di Gabriele Maruotti finisce nel taccuino giusto. È quello di Michele De Conti, alias Sisley Treviso. Il dirigente orogranata non perde tempo. Aspettano il momento giusto. Che arriva, come sempre. «Una settimana dopo ero in camera di mio fratello e mi danno il biglietto da visita di De Conti. Valeva come un biglietto del treno per Treviso. C’era solo da dire sì. Ho parlato tanto con i miei, ci abbiamo pensato e riflettuto insieme. A me dispiaceva lasciare il gruppo. La mia squadra era bellissima e Barbiero garantiva per gli allenamenti. Ho deciso di dire no, di rimandare la decisione di un anno, rischiando di perdere quel treno. Non solo il biglietto. Treviso è la società più organizzata d’Italia dal punto di vista del settore giovanile. Tutto bello, tutto perfetto. Il loro interesse è la cosa più bella che possa capitare ad un ragazzo che giochi a pallavolo. Non è sinonimo di diventare un campione, anche se ci inizi a pensare subito, ti vedi già compagno di squadra di Papi o Fei. Non tutti quelli che lavorano in Ghirada diventeranno campioni per tanti motivi. La storia di molti è fatta di qualche stagione in A2 e poi si spengono, fanno percorsi diversi».

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