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LUIGI MASTRANGELO
Estratto dell'intervista realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di aprile 2010
 

Da dove volete cominciare? Dal suo ritorno in nazionale o dal suo futuro nel mondo dello spettacolo? Come vi piace immaginarlo? Scala classifiche della pallavolo italiana con addominali scolpiti, vedi pubblicità della Coca Cola Light, o in versione cinematografica - un incrocio tra il Russel Crowe del “Gladiatore” e il Matt Damon di “Invictus” - che libera l’italico volley dall’oppressione degli scarsi risultati? Noi cominciamo da lui, Gigi Mastrangelo, che a quasi 35 anni è tutte queste cose insieme. E non solo. Perché si può dire di tutto al Mastro nazionale, meno che non sia un personaggio. Battaglie legali, copertine muscolose, reality rifiutati e perfino presunti concerti. Insomma se la pallavolo necessita di uno che la porti fuori dai suoi confini, quello è lui. Non si diventa personaggi per caso. E lui, per caso, non fa mai niente.
Siamo andati a trovarlo a Cuneo, dove vive con la moglie Vera e i due bambini, Samuele e Nicole. E proprio mentre arriviamo sotto casa, le sue donne stanno uscendo. Nicole non è molto contenta che il papà non le segua e gli corre incontro. Lui la prende in braccio e la riporta dalla mamma. «Vuole sempre stare con me». Figlia femmina, naturale.
L’appartamento è quello di una famiglia normalissima. Passeggini giocattolo, seggiolini, plaid di topolino, calendario con gli appuntamenti del nuoto e del catechismo e due pesci rossi in una palla di vetro. Solo due cose sono fuori dalla portata di una famiglia normalissima: le foto di Gigi con la maglia della nazionale. Tutte. Neanche una è dei club. E una palla di vetro di Vera. Avete presente quelle dove scende la neve se le capovolgi? Quella. Solo che la sua è di Louis Vuitton. E al posto del duomo di Milano o della torre di Pisa ha valigie marroni made in France. «In commercio ce ne sono solo 200 pezzi», precisa Mastro.
Gli scatti si susseguono: statuario, sguardo intenso, sorridente. Mastro ci mette un secondo a cambiare espressione, a muoversi davanti all’obiettivo come non facesse altro nella vita. E anche questo, signori, fa parte della sua unicità. Ma partiamo da quello che abbiamo davanti agli occhi. Da Luigi Mastrangelo papà di famiglia. «Samuele ha quasi otto anni, Nicole quasi due ma per quanto è sveglia ne dimostra il doppio. Samuele è nato mentre io ero in Argentina per il Mondiale del 2002. Quando ho sentito Vera le ho chiesto: “ma come l’hai chiamato alla fine?”, perché eravamo indecisi tra un po’ di nomi. La prima volta che l’ho visto aveva 15 giorni. Nicole invece era l’unico nome di cui eravamo sicuri. Che tipo di papà sono? Purtroppo poco presente. Quando posso cerco di stare con loro, li vado a prendere a scuola e cerco di andare a vedere Samuele quando gioca a basket. È già alto, massiccio, è perfetto per la pallacanestro. Di sicuro non viene meno di due metri. Lo mandiamo anche a nuoto, ma non è che ci vada molto volentieri. È malato di tecnologia e con me che cambio cellulare ogni dieci giorni si diverte. Nicole invece spero solo che non diventi troppo alta. A me le donne come
le pallavoliste, 1.80-1.90 non piacciono».
Ci spostiamo, la giornata di sole lo consente. Mastro arriva in Smart e vedendoci perplessi ci anticipa. «Non c’è macchina più comoda, io poi sono un appassionato». Gli opposti si attraggono. A volte anche sulle quattro ruote. Sotto i portici ci racconta come tornare a Cuneo sia stata la sua fortuna. «Giocare in una squadra forte aiuta, questo è uno sport di squadra, non va dimenticato. E Giuliani ha fatto un ottimo lavoro, non ci sono prime donne, l’intesa è ottima. Il rammarico per la finale di Coppa Italia persa con Trento però c’è. Perché quella partita è stata condizionata dagli arbitri».  Mettiamo un punto. Lo facciamo noi, adesso, per dirvi che se pensate che Gigi non sia uno che si sbilancia, avete sbagliato personaggio. Dice come la pensa su questo argomento e su altri anche più scomodi. Godetevi la chiacchierata. Noi l’abbiamo fatto. «Gli arbitri vanno aiutati, non ce la fanno più a stare dietro alla velocità della palla. E rode perdere perché un arbitro ha visto male. Non ha sbagliato, ha visto male, è diverso. Bisogna investire nella tecnologia, ma su quella giusta. A me del sensore della velocità non me ne frega niente, ma avere la possibilità della moviola sarebbe giusto. Non posso lavorare un anno intero per un appuntamento importante e poi perdere così».

 

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