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Uno, nessuno, centomila
Estratto dell'intervista a Marco Meoni realizzata da Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti di Daniela Tarantini su Pallavolo Supervolley di dicembre 2008

Marco Meoni. Uno, nessuno e centomila. Come un raggio di sole che attraversa un prisma di cristallo e diventa di mille colori, così la personalità del regista della Copra Nordmeccanica Piacenza moltiplica le sue sfaccettature, i suoi colori a seconda delle persone che incontra, a seconda delle partite che gioca, delle maglie che indossa, dei ruoli che interpreta. Sì,un regista che disegna ruoli per se stesso, che entra ed esce dalle sue personalità. Come quando entra al teatro Politeama di Piacenza, un passo dopo l’altro e nella valigia del pallavolista per una volta non ci sono scarpe over size, non ci sono ginocchiere, non ci sono asciugamani e magliette d’allenamento. Ci sono vestiti di scena presi a noleggio da Dancer, che serviranno a raccontarlo, a spiegare come uno dei personaggi meno personaggi del volley abbia rotto i propri argini e abbia detto a più di trentacinque anni suonati: questo sono io. Per carità, la serietà e l’impassibilità che ha in campo non sono diverse da quelle di inizio carriera, ma forse dieci anni fa non avrebbe mai scritto un pezzo per “La Gazzetta dello Sport” facendosi intervistare dal diavolo e dall’angelo che c’è in lui. Forse, dieci anni fa la sua caratteristica serietà avrebbe nascosto tutto questo. Quando decise di tornare in azzurro è stato definito come l’ultimo dei dinosauri, in realtà molto più semplicemente Marco Meoni non è mai stato giovane. «Fa parte delle caratteristiche del mio carattere. La mia tranquillità copre gli impeti da sempre. In nazionale Juniores ero il capitano e questo mi ha abituato alle responsabilità, a gestire la mia squadra ed i suoi umori. A 20 anni ero titolare in Serie A1 ed ero quasi vecchio, oggi i miei colleghi sono giovani fino ai 27-28 anni e forse si sognano carriere lunghe come la mia. Sono cambiate profondamente le condizioni. A noi venivano offerte più possibilità, alcune ce le andavamo a prendere, ma i settori giovanili erano di una qualità tale che, lavorando bene e con la testa, potevi farcela. In più il 1973 è stata un’annata speciale, perché in pochissimo tempo tutti abbiamo trovato il nostro spazio in A1. Eravamo inseriti in squadre che non lottavano per lo scudetto, ma che, avendoci visto crescere, scommettevano su di noi. Oggi, purtroppo, costa ancora meno prelevare un giocatore all’estero piuttosto che investire su un settore giovanile di qualità. Per alcuni anni si è dimenticato di destinare parte dei budget sui bravi allenatori, sulla ricerca dei talenti. Ora sembra che ci sia un’inversione di tendenza, ma bisogna trovare gli allenatori che come allora dedicano la propria vita ai ragazzi ed alla pallavolo. Il mio era Gigi Schiavon. Per andare ad allenamento mi passava a prendere a casa e mi riportava. Il nostro impegno di riflesso era massimo. Ci conquistavamo sul campo il premio più importante, che era fare allenamento con la prima squadra. I ragazzi di oggi non sembrano avere la stessa voglia, noi avevamo pure quella di raccogliere i palloni. Però non voglio fare un confronto, so bene che la generazione di oggi è profondamente diversa». Lo sceneggiatore Meoni scrive un’adolescenza in palestra, in cui il divertimento era sinonimo di sudore ed impegno, di sacrifici, di una famiglia che ha sempre tenuto i piedi di Marco attaccati al terreno.
«Un ringraziamento enorme va a mio padre. La mia famiglia è stata alla base di tutta la mia carriera e di qu
ello che sono. Mi hanno insegnato la serietà e grazie a questo valore non mi sono fatto distrarre dai primi soldi, dalla popolarità, non mi sono sentito arrivato. A scuola il minimo sindacale l’ho sempre portato a casa, andavo mediamente bene e non ho mai ambito ad essere il primo della classe. Ho anche perso un anno, una cosa che capita a chi cambia repentinamente vita. Passavo dal settore giovanile alla Serie A, la mia prima ragazza. Poi, è arrivato il monito di mio padre che chiaramente mi ha detto che se non avessi continuato gli studi, avrei anche potuto smettere di andare a pallavolo».

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