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Occhi di ghiaccio Estratto dell'intervista a Enrica Merlo realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di dicembre 2009 |
Se vi sta sorridendo, non significa che le siete piaciuti. Avete il 50% di possibilità. Nell’altro 50% dei casi vi sta cortesemente scaricando. «Oscar Wilde diceva: una risata non è affatto un cattivo inizio per un’amicizia ed è di gran lunga il miglior modo per finirla. Io amo i suoi aforismi e questo è uno di quelli che preferisco». Benvenuti nel mondo di Enrica Merlo, il libero che gioca a Bergamo, studia Giurisprudenza e riesce ad andare dal parrucchiere anche quattro volte a settimana. Si parte. Arrivata nella Foppapedretti tre stagioni fa, questo è il suo secondo anno da titolare. Il primo ha imparato il mestiere all’ombra di Paola Croce. Stagione tranquilla, direte voi. Peccato che Paola fino a dicembre è tenuta ferma da un infortunio e la ragazzina venuta dalla A2, anzi direttamente dal ritiro della nazionale Juniores a dir la verità, venga buttata in campo, neanche diciottenne, alla prima giornata di campionato. «Dovevamo giocare contro Forlì. Mi ricordo che durante l’allenamento della domenica mattina stavamo facendo un esercizio di difesa e ricezione ed ero abituata a rincorrere i palloni ovunque si trovassero. Solo che stavolta Micelli aveva semplicemente lanciato la palla al suo secondo ma io sono partita, convinta che quella palla fosse indirizzata a me, e sono andata a sbattere contro un rialzo in legno tagliandomi la fronte. Prima tutti sgomenti, poi è partita una risata generale». Ma evidentemente non deve essere andata male, né quella partita né quelle successive se l’anno dopo, a sorpresa, Bergamo decide di salutare la Croce e puntare sul giovane libero dagli occhi di ghiaccio. Che al primo tentativo, qualche mese più tardi, si porta a casa la competizione più importante d’Europa. «L’emozione della prima partita però non è neanche paragonabile a quella della prima finale di Champions League. Quelle due ore avrebbero determinato tutto, non c’erano rivincite. Tremavo dalla testa ai piedi. Prima di scendere in campo ripetevo alla Leo: ho paura, ho paura. Alla fine le ho chiesto scusa. Quando abbiamo conquistato il quarto set dopo essere state sotto e aver rischiato di lasciare alla Dinamo la coppa, io avevo già le lacrime agli occhi». Il tie break è della Foppa, ma nell’euforia di Perugia c’è il tempo per un’ultima emozione. Il premio come miglior libero della manifestazione è suo. «Non so mai come comportarmi in certe occasioni. Ero così contenta per la vittoria della squadra e soprattutto per averla conquistata con un gruppo come quello… io lo penso anche ora che gioco con dei monumenti della pallavolo!». Così se il primo anno era spaesata e il secondo timorosa, «quest’anno so no tranquilla. E giocare a Bergamo è la mia quotidianità. Ma è stata dura, perché ho avuto momenti in cui sono andata giù di testa: messa sotto pressione oppure per troppa voglia di dimostrare il mio valore, volevo strafare. Invece nella pallavolo se resti a pensare all’errore è finita. La concentrazione è tutto». Ventunenne nata in un paesino vicino a Padova, la nostra Enrica ha iniziato a giocare a pallavolo giovanissima. «Già a 7 anni. Ma non fissavo certo obiettivi. Sarebbe stato grave se in quel periodo avessi avuto le risposte alle mie domande. Invece andavo avanti anno per anno e dopo la separazione dei miei genitori ho iniziato tutta la trafila. Giocando sempre come attaccante fino alla serie C, a Padova. Era il 2004-2005 e quando andavo ad allenarmi in prima squadra, che disputava la A2, lo facevo invece come libero. Poi l’anno successivo sono stata aggregata alla serie A1 e lì è arrivato il mio esordio, in Coppa Italia contro Jesi». La carriera di Enrica sta prendendo una direzione e così l’anno successivo Reggio Emilia le affida il ruolo da libero titolare, in A2. Il campionato finisce, lei risponde alla chiamata della nazionale Juniores e le voci sul suo passaggio a Bergamo si fanno insistenti. Fino alla definitiva conferma. «Panico. Ma lo sapete quante volte mi sono chiesta “come mai proprio io”?». |
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