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IVAN, flagello di Serbia


Anteprima dell'Intervista a Ivan Miljkovic realizzata da Fabrizio Rossini
Il testo integrale su Pallavolo Supervolley di maggio 2006
Sei ricco, forte e felice... «No. Sono felice, forte e ricco. Nell’ordine, sono così. I soldi senza la felicità non sono niente». Signore e signori, ecco a voi Ivan Miljkovic. L’opposto
serbo-montenegrino, classe 1979 (è nato il 13 settembre), è di quelle persone che non dice niente per caso. E, lo scopriamo nelle righe più sotto, non fa nemmeno nulla per caso. Fa pensare il fatto che, nonostante sia uno dei giocatori di volley più ricercati e forti del mondo, non abbia mai cambiato squadra. Nel suo paese ha giocato solo nel Partizan Belgrado, in Italia è arrivato alla Lube Banca Marche Macerata sei anni fa e da lì non si è più mosso (a Treia, casa Lube, è per tutti “Lu Slavu”). Un tipo fedele, che sposa progetti sportivi e colori sociali in toto. E che in campo si muove come un killer spietato. Solo il metro di lingua che tira fuori quasi sempre quando attacca un po’ scomposto, e di cui – confessa – non si accorge nemmeno, gli regala una bizzarra simpatia mentre gioca e colleziona punti. Insomma, da un omone di 2.06 non ti aspetti che ti frantumi le mani a muro e ti faccia pure la linguaccia. «Delle smorfie che faccio mentre schiaccio, non mi accorgo nemmeno – garantisce Ivan –. Piuttosto, sono sorridente sempre, o almeno cerco di farlo. Sono ottimista, prima non lo ero tanto, da un anno o due ho imparato a pensare positivo». Cosa ti ha fatto cambiare? «Ho letto libri, ho imparato a capire i pensieri della gente. Un libro americano mi ha insegnato a pensare positivamente, per migliorare la mia psicologia. Per vivere bene la vita, cosa che va al di là del volley, che va oltre la vita da professionista». Pensi mai a un momento, fino a oggi, che tu definiresti punto chiave? «Sì, per il mio fisico. C’è stato un periodo della mia vita, dal 1998 al 2000, in cui sono cresciuto in due anni 22 centimetri. Ricordo che stetti via due settimane, tornai a casa e mia madre non mi riconosceva. Un passaggio naturale, ma davvero non pensavo che sarei diventato così alto, 2.06». E pensare che eri un palleggiatore... «Fino al 1998, sì. Poi iniziò la mia trasformazione. Quello è il periodo della mia vita in cui le cose hanno cambiato prospettiva, ruotando di 180 gradi. Attaccavo forte anche da alzatore, e allora Zoran Gaijc, il nostro tecnico dell’allora Jugoslavia, cominciò a motivarmi per cambiare ruolo. Devo ringraziarlo davvero, al di là del lavoro che ho fatto, per come mi ha spinto. Avevo fatto tornei juniores con la mia squadra di Belgrado dove avevo giocato attaccante, sì, proprio opposto puro. Mi sono ritrovato opposto in nazionale, dopo tanto lavoro. Titolare dal 1999. Ed è arrivato il 2000, l’anno della nostra vittoria olimpica». L’Olimpiade di Sydney è stato qualcosa di magico per la vostra squadra…
«Una enorme soddisfazione per tutti, ma soprattutto per quel gruppo che aveva iniziato la costruzione della squadra fin dal 1996, con la prima apparizione olimpica, dopo l’embargo imposto al mio paese. Cominciarono con il bronzo agli Europei del 1995, vinti dall’Italia in Grecia. Sulla strada per l’oro, io ero solo l’ultimo pezzo. Prima di me, le cose grandi le avevano fatte altri opposti, come Batez». Però Ivan il terribile è il gioiello, dopo una serie di martelli come Brdjovic o Djuric, ancor prima di Batez. «Quella non era esattamente la mia generazione. Il gruppo vero era formato da gente come Vladi Grbic e Nikola, da Goran Vujevic, da Andrija Geric. Lo spirito del gruppo era dentro la squadra, ed era fatto da alcuni giocatori, sempre quelli. Come un bel puzzle messo insieme, con molta fortuna, si era formato un gruppo eccezionale. Io, lo ripeto, sono arrivato dopo che loro già avevano formato una grande squadra».
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