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L'AGO DELLA BILANCIA

Anteprima dell'intervista a Marco Molteni  realizzata da Valeria Benedetti
Il testo integrale  su Pallavolo Supervolley di ottobre 2007

Se lo cercate a Roma non puntate su locali alla moda e affollati. Meglio setacciare qualche pub con musica dal vivo, meglio se blues. Ovviamente non alla vigilia di partite. In quel caso è più facile trovarlo in palestra che suda e si allena. Fedele alla linea della società, che chiede massimo impegno a tutti. Marco Molteni in realtà è lì dall’inizio di agosto, che si prepara con cura alla sua seconda stagione con la M. Roma. Una stagione a cui chiede molto. E non solo lui. La società di Massimo Mezzaroma quest’anno ha completato lo sforzo, portando in neroverde giocatori del calibro di Miljkovic, Marshall e Coscione. Il periodo di prova è finito e non si può cullarsi sui ricordi di una stagione passata, per quanto esaltante. «È stato un anno di prova per la squadra - conferma Marco - nel senso che c’era da testare tutto: la risposta del pubblico, l’ambiente, le strutture. Partiva una realtà nuova e anche noi come i nostri dirigenti non sapevamo bene a cosa saremmo andati incontro. Questo amplifica il risultato di quello che abbiamo fatto l’anno scorso. Non partivamo da una situazione in cui era tutto rodato o magari c’è una grande tradizione come da altre parti. Personalmente non posso parlare di una prova perché a 30 anni le prove sono finite. O meglio le prove ci sono sempre, gli esami continueranno finché gioco, ma ormai sono alla mia… ho perso anche il conto, “x” stagione in serie A (12ª in A1 più un campionato in A2 con Trebaseleghe, ndr) quindi non credo di dover fare delle prove. È stata una piacevole sorpresa sicuramente il risultato finale considerando i presupposti da cui ero partito. La rosa qui è molto ampia, non sapevo quanto spazio ci sarebbe stato per me. È stato invece un crescendo che mi ha fatto piacere, mi ha dato molta sicurezza. Mi ha maturato sia come giocatore che come uomo».
Titolare praticamente tutto l’anno, 25 presenze nella stagione regolare con 86 set giocati che gli hanno fruttato il quinto posto nelle classifiche di rendimento come schiacciatore con un più che sufficiente 50,24% di positività in attacco. Non male per uno che era arrivato per giocarsi il posto. Ma la costanza di rendimento e l’equilibrio portati alla squadra in ricezione ne hanno fatto uno degli artefici della stagione magica della M. Roma, arrivata alla finale di Coppa Italia e alla semifinale scudetto. Effetto di Roma? «Io ho alternato stagioni particolarmente belle a stagioni meno belle – spiega lo schiacciatore bresciano - in parte, è la risposta che mi do io, anche in relazione  all’ambiente che mi sono trovato intorno. Io qui mi sono sentito, come mi è successo a Latina per alcuni anni, molto motivato, molto legato a questo gruppo. Il famoso attaccamento alla maglia, che però a me ha stimolato molto. Mi sono sentito fiero di quello che stavo facendo, anche per la realtà che rappresentavo, perché comunque qualsiasi cosa fatta a Roma non è come farla da altre parti. Questo l’ho vissuto sulla mia pelle e mi ha dato quello spirito di sacrificio in più che mi ha permesso di fare un piccolo salto di qualità. Un’applicazione più costante che mi ha permesso anche un rendimento più continuo. Sono riuscito a mantenere il livello costante anche grazie a uno spirito che si è creato in squadra che è difficile da spiegare e che mi auguro si ricrei in questa stagione. Poi c’è che ho sempre giocato per obiettivi di medio bassa classifica. Sono arrivato ai play off molte volte, a partire da Montichiari. Ma l’anno scorso ho giocato realmente con la testa allo scudetto, e alla Coppa Italia con l’idea di poter vincere e questa per me è stata la vera novità. Una novità che mi è piaciuta e che mi piacerebbe non smettere di vivere».

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