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L'ONDA AZZURRA


Anteprima dell'Intervista a Gian Paolo Montali i realizzata da Leo Turrini
Il testo integrale completo di foto, su Pallavolo Supervolley di
Ottobre 2005

Quando ho visto che per celebrare la consacrazione europea si faceva regalare un frigorifero, all'improvviso ho capito. Ho capito, cioè, che il Monti ha l'abitudine di chiudere nel freezer i sogni suoi e di un ambiente intero. Badando a non dimenticarli, sapendo che verrà il momento in cui “scongelare” il desiderio segreto sarà cosa buona e giusta. Quando il direttore di questa simpatica rivista ha osato chiedermi un contributo, “una tantum”, sulle imprese recenti di Azzurra sotto rete, mi sono intenerito: in fondo, in un'altra vita e in un altro mondo, proprio con Giampi Montali inaugurammo le pubblicazioni della prima testata interamente dedicata alla pallavolo. Santa madonna: ma quanto tempo è passato? Cento anni? La cosa più intrigante, nella figura post moderna del commissario tecnico, è appunto la sua capacità di attraversare le generazioni, resistendo agli insulti dell'anagrafe e agli sconvolgimenti umani e regolamentari. Per chi andava in palestra nella primavera del 1987, quando il Monti cioè diventò per la prima volta head coach di un grande club, la differenza tra allora e oggi è abissale. Nonché talvolta straniante e straziante. Stiamo, oggettivamente, parlando di due realtà completamente diverse tra loro. Distinte e distanti. «Io lo so che non posso immaginare di rapportarmi ai giocatori con gli stessi metodi che usavo vent'anni fa con Giani o con Zorro - sospira il Monti-. Non si tratta di una semplice differenza tecnica, generata dal rally system point e da altri mutamenti. È proprio cambiata la psicologica esistenziale, insomma, è cambiata la vita di chi è giovane adesso. Vermiglio, per dire, ha una personalità che appartiene alla sua epoca, al suo tempo. Lo stesso discorso vale per gli altri pallavolisti. Chi guida un gruppo, deve adattarsi: non alle bizze dei campioni, per quelle non c'era e non ci sarà spazio. Ma ti devi adattare alla mentalità di chi viene in palestra con te. Vuoi un esempio banale? Alla fine degli anni Ottanta, c'erano dirigenti, anche bravi, per carità, che non tolleravano giocatori con i capelli lunghi. Figurati cosa direbbero oggi, oggi che i giovani si riempiono di tatuaggi o di collane o si fanno il piercing e così via. Mi ricordo che quando ho debuttato sulla panchina della Santàl Parma nel calcio andava di moda la Juventus di Boniperti: beh, Boniperti era famoso perché spediva dal barbiere il centravanti capellone. Oggi il mondo che gira attorno allo sport è frenetico, velocissimo, i ragazzi ascoltano l'Ipod e non più l'album in vinile, persino il compact disc è una sorta di reliquia. E poiché lo sport è la vita, io l'Ipod non lo ascolto, ma curo la relazione con chi magari senza l'Ipod si sente perso.
Ho reso il concetto?».
Reso, reso. Montali questo ha messo di suo, nella progressione
“continentale” della nostra nazionale: la voglia di sentirsi protagonista come ai vecchi tempi, quando lui era la controfigura del grande Velasco, sapendo che i tempi non sono più quelli. Dopo di che, si capisce, è fondamentale la cultura del mestiere, la sapienza da palestra, la dedizione alla professione. Perché ditevelo, voi che ancora seguite da vicino il meraviglioso
volley: è pericolosa, la tendenza che fa dell'allenatore una sorta di “kleenex”, un prodotto usa e getta, un soggetto facilmente sostituibile con il primo che passa. La pallavolo è cultura, altrimenti svanisce inesorabilmente, scompare sullo sfondo. Una volta ne ho parlato con Silvano Prandi, che resta un grande maestro della nostra disciplina: qui occorre mobilitare le energie migliori, per restituire credibilità a una scuola tecnica senza la quale non può esserci futuro. E un futuro privo di memoria è anche privo di senso. Tutto questo, pur nella modernità che la popolarità gratuita dell'oggi impone, Montali lo ha compreso.

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