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LA MIA LEGGENDA PERSONALE


Anteprima dell'Intervista a Juliana Nucu  realizzata da Eleonora Cozzari
Il testo integrale completo degli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati, su Pallavolo Supervolley di marzo
 
Sinistro, destro, sinistro. Chiudi, salti e speri che il braccio corra veloce, che il muro non intercetti la traiettoria, che il libero non riesca ad arrivarci. Sinistro, destro, sinistro. La rincorsa di ogni schiacciata. Quindici dicembre 2004, Novara vince 3-0 contro l’Azerrail Baku
eipoteca il primato nel girone eliminatorio della Indesit European Champions League. Ma nessuno a fine partita esulta. Sul 10-4 del primo set si sono fermate le gambe di Juliana Nucu. Rottura del tendine d’Achille. Non un salto, non ne ha avuto il tempo, la causa è stata una ripartenza in attacco. Sinistro. Per la centrale rumena classe 1980, 186 centimetri, la stagione 2004-05 è finita così. Seguiranno sessanta giorni a letto più otto mesi prima di tornare in campo. E di saltare se ne riparlerà solo ad aprile. Il secondo anno in Italia, Juli l’ha passato a guardare e guarire. «Non è stato affatto facile, ve lo garantisco, da un infortunio così non sempre si può riprendere a giocare. Ma io non ho mai perso la fiducia, ero convinta di poter ritornare, la pallavolo è la mia vita e io ce l’ho messa tutta. La società mi è stata vicina e io tutta la volontà che avevo l’ho concentrata lì. Sono stata due mesi senza poter neanche camminare. Bloccata a casa, gli amici non mi facevano mai stare da sola, mi portavano regali, facevano la spesa, mentre io stringevo i denti e aspettavo. E poi avevo una cuoca d’eccezione, Manon (Flier, l’opposta olandese sostituta della De Carne, ndr) l’anno scorso era la mia vicina di casa e a cucinare ci pensava lei». A Tenerife, quando in una finale fratricida Novara perse la Champions League contro l’eterna rivale Bergamo, Juliana aveva appena ricominciato a fare qualche balzo, un po’ di difese e attaccava piano piano. «Ma andai lo stesso, volevo stare vicina alle mie compagne». E proprio dopo aver ripreso a camminare, quando tornò in palestra, si è infortunata per la seconda volta. «Durante un allenamento con la palla forse ho fatto un movimento strano, non me lo so spiegare, ma dopo aver schiacciato ho sentito dolore alla spalla. Mi sono detta che era colpa di tutto quel tempo rimasta ferma, ma il giorno dopo ho fatto le lastre e non ci sono stati dubbi, seconda operazione e secondo intoppo da aggiustare». Per fortuna però a settembre per
Juliana è arrivato il momento di tornare in campo e quest’anno, il terzo con la maglia della
Sant’Orsola Asystel Novara, è la stagione della rinascita. «Abbiamo iniziato subito bene con la conquista della Supercoppa e in campionato siamo tra le squadre di vertice. Certo la qualificazione sfumata alla Final Four di Coppa Italia contro Perugia brucia, ma arrivavamo da un periodo stressante in cui giocavamo mercoledì e domenica. Con questo gruppo però possiamo fare tanto. E abbiamo obiettivi importanti ancora da rincorrere». Questa specie di seconda possibilità, che nessuno saprà mai se è arrivata perché il destino le ha tolto la prima o perché lei si è meritata la seconda, è un bel regalo per la squadra piemontese. Al centro, la stella di Costanza è tornata. Ed in panchina ha trovato Alessandro Chiappini, giovane tecnico all’esordio da primo allenatore nella massima serie. «Mi trovo bene con lui, ha entusiasmo, voglia di vincere e in allenamento non si risparmia. Non era facile reinserirmi nell’ambiente e ritrovare il ritmo giusto. È stato lui a farmi dimenticare l’infortunio al tendine, mi faceva concentrare sulla palla e allora io saltavo e schiacciavo. Ha saputo avere fiducia in me e la fiducia, dopo un periodo così, è indispensabile». Tre anni a Novara e tre allenatori differenti. «Con Jenny (Lang Ping) lavoravamo tanto, ma era la mia prima esperienza in Italia e io ero abituata che in Romania ci sia allenava un’ora e mezza. Sono arrivata qui e le ore sono diventate tre. Anche con Frigoni stava andando tutto bene, prima dell’infortunio, è stato lui a volere che anticipassi di più la palla, in un certo senso mi ha cambiato il modo di schiacciare. Ma tutti e tre mi hanno fatto crescere».
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