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Uno spot tv che imperversa in questi giorni racconta la storia dei giocatori neozelandesi di rugby, l a loro tradizione, la loro filosofia. Nella loro narrazione c’è una frase che sembra cucita addosso ad Alessandro Paparoni: “Il futuro non ha fine se lo vuoi fino in fondo niente è impossibile”. La saccheggiamo perché nulla ci sembra più indovinato per descrivere la tenacia di questo schiacciatore marchigiano che ha dovuto convincere partita dopo partita che bastano 190 cm per attaccare e che essere bravi in ricezione e difesa non ti tramuta in un libero per definizione. Il campionato lo propone finalmente come posto 4 titolare della Lube Banca Marche Macerata, la squadra per la quale ha sempre giocato, dopo un’estate che definirla dicotomica è dire poco. La squadra azzurra ha scritto una di quelle pagine che tutti vorrebbero dimenticare presto. Sembra incredibile, ma il podio in questi Europei è rimasto a distanze siderali, inavvicinabile. Troppo in alto per un gruppo che non ha mai trovato una propria identità. In questo scenario degli squarci di ottimismo non sono mancati, schiacciate di un azzurro vivo che spesso erano confezionate da Alessandro Paparoni, al primo Europeo da titolare, dopo aver vissuto dalla panchina il trionfo di Roma 2005. «Diversissime queste due manifestazioni e non solo per il risultato – spiega Alessandro – perché l’estate 2005 è stata anche la mia prima in nazionale seniores ed è stato bellissima, culminata con la vittoria da brividi dell’Europeo in un Palalottomatica stracolmo di gente. È una medaglia preziosa, ma questo Europeo, seppur chiuso solo con un sesto posto, mi ha lasciato molto di più». A Mosca la maglia di Alessandro pesava di più, perché tra le fibre del tessuto erano intrecciate parole come responsabilità, fiducia, sogno, aspettative. A Mosca ha indossato una maglia da schiacciatore titolare e poco importa se è stato l’infortunio di Cernic a consegnargliela, quello che più conta è che quella maglia insieme a quel nome non è mai sembrata un caso, frutto dell’imprevisto. I titoli dei quotidiani di quei giorni lo indicavano come l’uomo nuovo, come protagonista di quel futuro che non dovrebbe avere fine. Alessandro si è ben comportato, gestendo per la prima volta le emozioni e i muri alti della Russia, le battute supersoniche della Bulgaria o di Poltavsky. «In teoria avrei dovuto essere pronto per questo tipo di emozioni, in teoria è da due stagioni che dovrei essere titolare del mio club, in pratica non lo sono stato. Questa estate sono stato titolare dalla prima partita, ma pensare che eravamo in diretta tv sulla Rai, che oltre agli occhi degli spettatori del palazzetto, c’era anche un milione di persone a casa davanti alla tv, aggiungeva tensione. Io non ero abituato a questo tipo di pressione, magari a qualche compagno la cosa non faceva effetto, ma a me sì. Per fortuna in campo l’unica pressione che rimaneva era quella agonistica. Non ho mai pensato a chi era a casa quando sbagliavo un attacco, ma solo all’attacco sbagliato, solo alle pressioni che il gioco avversario imponeva. Se la pallavolo fosse un gioco individuale potrei dire che questo Europeo senza medaglia è andato bene. Ma la pallavolo è un gioco di squadra e allora il giudizio cambia completamente. Il vero difetto della nostra squadra che è emerso è stata la mancanza di continuità. Già dalla prima partita con la Finlandia non abbiamo saputo giocare come è nelle nostre capacità per tutto il set. Non riuscivamo a mantenere il livello alto e abbiamo perso dei set che poi si sono dimostrati fatali. La Spagna ha vinto l’Europeo giocando ad altissimi livelli per tutta la durata della manifestazione e la loro vittoria è più che meritata. Ci sono, poi, tutta una serie di considerazioni tecniche che dobbiamo fare. Abbiamo incontrato nazionali fortissime al servizio, ma questo non deve più sorprendere. Sono battute che fanno veramente male, che lasciano il segno, ma in una pallavolo in cui l’aspetto fisico sembra predominante, l’unico rimedio è lavorare e migliorare la nostra ricezione ed elevare anche la nostra forza al servizio». |