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COME UNA GIRAFFA Anteprima dell'intervista a Francesca Piccinini realizzata da Eleonora Cozzari Il testo integrale con gli scatti di Fiorenzo Galbiati su Pallavolo Supervolley di aprile 2008 |
Quattordicenne, su un campo di serie A. Vista. Alla presentazione del suo libro, accessibilissima. Vista. Su un calendario, poco vestita, inarrivabile. Già vista. Sfilare per Laura Biagiotti o con l’abito da sposa disegnato dalla sorella, visto anche quello. A Sydney e Atene, vista. Vincere un Mondiale con la maglietta dell’Italia, una Champions con quella della Foppa o giocare nel campionato brasiliano, abbiamo già dato e scritto e raccontato. Anche con un numero di maglia che non le appartiene. Visto anche quello. Non ci caschiamo. La tentazione di farle ripercorrere la sua vita, di nuovo, non ci sfiora. Noi vogliamo raccontare Francesca. Adesso. All Star ai piedi, jeans e borsa a tracolla che passeggia tra scimmie e giraffe, che dà da mangiare alle pecore o percorre con lo sguardo i movimenti di una tigre. Perché? Perché quella Francesca non la conosciamo ancora. Magari ci parlerà anche di tutto questo, ma sotto una luce differente. Con altre parole. Perché una volta abbiamo letto una frase che c’è rimasta addosso e che più o meno dice: “uno che cammina e basta, per minuti, sarà anche l’icona dell’insensatezza del mondo, ma lo è la prima volta, lo è ancora la seconda e magari la terza, poi diventa uno che cammina e non vedi l’ora che arrivi da qualche parte…”. Con lei questo rischio non si corre mai. Lei che è tutto e il suo contrario, lei, Francesca Piccinini, oggi la scopriamo così. Un giorno qualcuno dirà che non fa più notizia neanche con una sciarpa viola al collo che accarezza una tartaruga. E voi potrete dire… hai ragione. Già vista. Parco Faunistico “Le Cornelle”. Venti minuti da Bergamo. Posto meraviglioso. La chiacchierata con Francesca ha questi contorni. Passeggiamo tra canguri, leoni, elefanti e ippopotami. Sono recintati, certo, ma non danno mai l’impressione di essere in gabbia. E c’è differenza. E così è per la nostra protagonista. Che è consapevole che quello che dice o commenta andrà vivisezionato da tifosi e addetti ai lavori. Avversari e compagne di squadra. Ma quello che racconta, fa rumore. E sempre punto, di solito. «All’inizio i tifosi mi vedono come un grattacel o, inarrivabile, sono tesi. Ma poi io scherzo e loro si sciolgono. E scoprono che non è così, che sono una ragazza normale. Mi piace stare a contatto con la gente. Una volta una ragazzina mi ha chiesto: “posso mangiare un panino con te?”. Si chiama Federica, aveva 8 anni. Ora ne ha 14. A me dispiace se la gente pensa che io me la tiro, perché non è così, a me non pesa firmare autografi, farmi fotografare. Poi su 800 bimbi non posso firmare 800 autografi ma mi dispiace». E in effetti tutti sanno che una delle sue migliori amiche è la ragazza che lavora al bar del palazzetto. «Barbara, certo. Non è che devo per forza frequentare gente di un certo tipo. Nella pallavolo è difficile avere delle amiche del cuore. C’è anche tanta falsità. Non sempre si ha la fortuna di trovare un gruppo come a Bergamo. Perché non è vero che siamo tutte amiche, la competizione c’è e se una gioca al posto mio io cerco di fare di tutto per riprendermelo. Non è cattiveria, ma è così. Con Paola Paggi per esempio siamo amiche, ci tengo molto. Abbiamo giocato insieme tanti anni qui e si è creato un rapporto sincero». | |
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