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 Francesca Piccinini
 

INOSSIDABILE FRANCESCA


Anteprima dell'Intervista a Francesca Piccinini  realizzata da  Isabella Mignani
Il testo integrale con gli scatti realizzati da Fiorenzo Galbiati ed un fantastico poster su  Pallavolo Supervolley di Dicembre 2004

 

Nel dicembre dello scorso anno ci ha provato un calendario a metterla a nudo, ora tocca noi di Pallavolo Supervolley raccontare Francesca Piccinini attraverso immagini e parole. Le nostre. Francesca Piccinini è una delle icone della pallavolo femminile. È uno strano fenomeno, la Picci nazionale. Perché con una schiacciata e un sorriso conquista i tifosi e le pallavoliste in erba, e con uno sguardo al centro dell’obiettivo strega anche quelli che la pallavolo l’hanno giocata una volta a scuola. E se le due immagini non stridono è perché Francesca è senza maschere, sia quando firma autografi a fine partita, sia quando posa davanti all’obiettivo. «Per 355 giorni l’anno sono l’atleta che si vede in campo. Per i restanti dieci, mi diverto a provare nuovi look, nuove immagini – spiega serafica – credo che sia una specie di passatempo. Fa parte della mia vita extrapallavolo, una cosa in più che non si sovrappone ai miei impegni sportivi. La pallavolo è sopra ogni cosa, al di sopra di qualsiasi proposta possa arrivarmi. Non esiste un’offerta extrasportiva capace di convincermi a fare altro al momento. Il mio obiettivo è la terza Olimpiade, Pechino 2008. Come si dice? Non c’è due senza tre?». Pubblicitari, televisivi ed altro mettetevi pure il cuore in pace: per almeno quattro anni (lei però rilancia di molto oltre questa data) Francesca è solo nostra, per voi solo
le briciole del suo tempo. «Io di carica ne ho ancora tanta, per l’Olimpiade poi…». Una carica che l’ha traghettata per due volte al di là delle polemiche della stampa, che hanno avuto etichette diverse ogni volta. Nel 2000 le azzurre avevano compiuto il «miracolo qualificazione», erano talmente in pochi a puntare su di loro per un risultato, che la cosa più semplice fu trasformarle in “veline” dello sport. Spogliate della loro identità di atlete, di ragazze che stanno per ore in palestra a sudare, che inseguono la vittoria in ogni gesto ripetuto milioni di volte, diventarono le più belle di Sydney, animali da passerella, da passaggi tv. Il Mondiale del 2002 le ha riconsegnate al mondo sportivo, all’agonismo, tanto che ad Atene 2004 erano attese, finalmente, per i risultati. «Quando sono impegnata in una competizione così importante, evito di guardare i quotidiani. La concentrazione è tutta
nelle
ore in palestra, nel perseguire gli obiettivi di squadra. Lascio parlare, scrivere, riesco a farmi scivolare questo tipo di cose. Conta solo la competizione».Già, contano solo le vittorie e le sconfitte. Quella che brucia ancora è quel quarto di finale alle Olimpiadi contro Cuba, forse ancora troppo vicino per essere dimenticato, superato. «È stata una
partita strana, di altissimo livello, noi non abbiamo chiuso e loro sono state brave. Forse è l’unica sconfitta che non riesco
al momento a cancellare. Quando perdo mi arrabbio, ma il giorno dopo si azzera
tutto. Finiscono i brutti pensieri e resta solo la volontà di migliorarsi, di non ripetere gli errori commessi».

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